Fiesta di Ilaria Celasco è il sesto racconto del secondo numero della rivista Corna.
Di Ilaria, ricordo un racconto che era arrivato secondo alla seconda edizione di Tracce. Si chiamava Il bambino nella bolla, lo puoi leggere qui; e denotava già allora una straordinaria capacità di sfondare le coordinate del lecito e non lecito, investire le regole, in un’età che di regole e trasgressioni vive come quella infantile.
Solo che allora non mi era chiaro, così come in Fiesta, che l’infanzia vige di un doppio sistema di regole: chi le regole le subisce e chi le regole le genera. E che questo, a volte, crea una doppia galera.
I racconti di questo secondo numero di Corna, ancora una volta, sono andati oltre le mie aspettative. A voi Ilaria Celasco; buona lettura.
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Sono seduta con una confezione di merendine sulle ginocchia e sorrido. Non ho seguito la lista questa volta, forse l’ho anche persa e non me ne importa niente.
Ero al supermercato, già in fila alla cassa, quando ho deciso di tornare indietro, ho abbandonato il carrello a metà della corsia e ho preso una confezione di merendine. Ho rifatto la coda – solo con quella – e adesso sono qui seduta sulla panchina dello spelacchiato pezzetto di verde davanti al Pam.
Ho un tesoro tra le mani. Quello che ho letto con la coda dell’occhio passando davanti allo scaffale non era Fiesta ma un altro nome: Paola. È un nome che viene da un’altra vita, che è sempre la mia, ma di quasi mezzo secolo fa.
Al tempo ero dotata di due optional non apprezzabili: un’anca che non mi ha consentito di camminare da sola fino a otto anni e un modo di parlare incomprensibile.
Ricordo ancora la mano che il maestro mi aveva appoggiato sulla testa mentre parlava con mia madre.
‘È una bambina intelligente ma non capiamo quello che dice’.
Non so cosa avesse risposto lei, ma da quel momento il peso di quella mano è rimasto a schiacciarmi.
Poco dopo avevamo fatto il primo di una serie di lunghi viaggi in tram per raggiungere uno studio medico che mi sarebbe diventato molto familiare. La dottoressa, per prima cosa aveva premuto il tasto rec di un mangiacassette, poi mi aveva fatto tante domande. Aveva premuto stop e aveva cominciato a spiegarmi come mettere la lingua per pronunciare le lettere e gli articoli che non uscivano dalla mia bocca nel modo giusto. Era molto stancante e mi vergognavo, così mi ero messa a piangere. La dottoressa allora mi aveva fatto sentire quello che aveva registrato. Avevo riconosciuto solo lei. Avevo pianto ancora più di prima. Quella non era la mia voce, non ero io.
A casa avevo un quadernino dove mia madre con la sua svolazzante grafia aveva trascritto gli esercizi che mi avevano assegnato.
Allora i miei giorni erano pieni di obblighi: logopedia, fisioterapia, nuoto – che odiavo con tutte le mie forze – mangiare sano e cose vietate: correre, saltare, fare ginnastica, cadere, farmi male in qualunque modo e mangiare schifezze – che amavo con tutta me stessa -. La mia vita era tutta un esercizio per guadagnare quello che gli altri bambini avevano in dotazione.
Sognavo di vivere in un altro modo, di essere come i miei compagni che correvano liberi, che non dovevano pensare a ogni sillaba che pronunciavano e che potevano mangiare le cose che si vedevano in pubblicità.
A scuola era difficile, avevo tanto desiderato andarci, ma se il fatto di avere le stampelle era passato quasi inosservato, quello di parlare male coniando parole incomprensibili era diventato motivo di prese in giro costanti o nella migliore delle ipotesi causa della domanda che più mi faceva infuriare: ‘Perché parli così?’
Con Paola, era andata in modo diverso.
‘Come ti chiami? Io sono Paola Berti’ aveva iniziato lei.
‘Lucia Bosio’ le avevo risposto io.
‘Eh? Ma hai una caramella in bocca?’
L’avevo guardata male, ma almeno non era la solita domanda.
‘Me ne dai una?’ aveva insistito.
‘Non ho niente in bocca. Io parlo così!’
Mi aveva guardata con due occhi azzurri enormi ‘ah, ok, scusa.’
Eravamo partite così e non ci eravamo più lasciate.
Passavamo la ricreazione insieme, lei mangiava la torta alla carota o la crostata che mia nonna preparava con le sue mani e io le sue merendine. A ogni morso mi pareva di essere più come lei, più come gli altri, adoravo il rumore che faceva la plastica delle merendine quando le tenevo in mano.
Apro la confezione, il rumore che sento è lo stesso di allora.
Paola mi aveva anche invitato ad andare a casa sua a fare i compiti e mia madre aveva acconsentito ma solo se avesse potuto accompagnarmi. Doveva essere sicura che in quella casa non ci fossero burroni o pavimenti sdrucciolevoli, che fossero persone per bene e che io facessi una merenda sana, così eravamo arrivate dai Berti con una torta intera.
La mamma di Paola aveva accolto la mia con un gran sorriso. Era alta, con i capelli lunghi fino al sedere e un maglione mille righe fatto a mano.
I fratelli di Paola avevano fatto capolino un secondo, per salutare, presentarsi, prendere una fetta di torta e tornare da dov’erano venuti. Era stato meraviglioso, non mi avevano guardato con quel misto di curiosa pietà, che allora non sapevo definire, ma che detestavo quanto lo stile libero in piscina.
Mia madre se n’era andata soddisfatta ma non aveva accettato la Coca-Cola che Sandra le aveva offerto.
Infilo una mano e prendo una Fiesta. Mi sembra più piccola di come la ricordavo, ma tutto si riduce con l’età.
Avevo amato tutto in quell’appartamento con i muri di colori diversi; dal calcetto in mezzo al salotto al disordine della stanza di Paola e soprattutto il fatto che nonostante il resoconto delle mie fragilità fatto da mia madre a Sandra, non venivo trattata in modo diverso dagli altri. Non mi dicevano di stare attenta, di sedere composta, non dovevo fare esercizi e la credenza era sempre piena di biscotti e merendine.
Quando tornavo a casa mi si apriva dentro un vuoto che non potevo colmare con il rigore e la torta della nonna che trovavo ad aspettarmi. L’unico modo di sopravvivere fino al successivo invito di Paola era l’immaginazione, a volte sognavo di essere la gemella di Paola, sognavo di dormire o di andare in vacanza con lei. Se me lo avessero chiesto avrei accettato di essere adottata all’istante.
Apro l’involucro, non ricordo che allora ci fosse la striscetta rossa da tirare.
Con le parole andava meglio, pronunciavo tutto abbastanza bene, tranne la S e la F che proprio non riuscivo a dire. Con i compagni ero meno timida da quando avevo legato con Paola e a marzo Marta, la più popolare della classe, mi aveva anche invitata alla sua festa di compleanno.
Mia madre mi aveva riempito di raccomandazioni, non sudare, non saltare, non esagerare e per poco non mi aveva infilato una merenda sana nello zainetto. Ero arrivata terrorizzata e contenta allo stesso tempo. A Marta il regalo era piaciuto, mi aveva ringraziata, ma dopo lei e gli altri non mi avevano più rivolto la parola. Tutti ballavano vicini e io mi ero accucciata in un angolo del divano e abbracciavo un pupazzo a forma di cane.
‘Non balli?’ mi aveva chiesto Paola.
‘No.’
‘È divertente. E poi non hai più le stampelle.’
‘Ma devo stare attenta. Niente corse, niente salti, lo sai… E poi non so ballare.’
‘Neanch’io so ballare, ma credo che potremmo fare come le scimmie.’
Paola aveva cominciato a muovere le braccia a penzoloni facendole ondeggiare avanti e indietro mentre piegava le gambe e io ero quasi morta dal ridere. Dopo poco mi ero alzata e avevo cominciato a fare il gorilla anch’io.
Ero tornata a casa esausta e felicissima. Ma era durato poco.
‘Sei stata attenta alla gamba? Lo sai che non puoi…’
Me n’ero andata in bagno dove c’era l’unica porta da poter sbattere.
Il profumo è lo stesso, arancia e cioccolata e spero non abbiano tolto la traccia alcolica che mi aveva stupita la prima volta che le avevo assaggiate.
Una delle domeniche più belle che io ricordi, Sandra ci aveva portate al cinema a vedere ‘La storia infinita.’
Avevamo mangiato un quintale di popcorn, una delle cose più buone che avessi mai assaggiato.
Dopo il film io e Paola eravamo innamorate di Atreiu e in auto ridevamo come oche.
‘Lo sai che io ho il libro?’ mi aveva detto Paola mentre tornavamo in macchina ‘è troppo bello Lu, è a due colori. Un colore per la storia di Atreiu e un altro per quella di Bastian.’
Desideravo tantissimo vederlo, ma non osavo chiedere.
‘Mamma, Lucia può cenare da noi così le faccio vedere il libro?’ aveva domandato Paola a sua madre.
‘Sì, ma ci dobbiamo accontentare dei toast, stasera.’
‘Ti piacciono, Lu?’
‘Mai provati’ avevo risposto io già con l’acquolina in bocca.
‘Verrei volentieri…’ avevo detto sottovoce.
‘Allora passiamo da te, così puoi chiedere il permesso alla mamma’ aveva proposto Sandra.
Avevamo parcheggiato proprio davanti al mio portone e Sandra mi aveva accompagnato al citofono.
‘Sono io… mamma’, cercavo di pronunciare tutto al meglio possibile, ‘c’è qui la signora Berti, volevo chiederti se posso andare a cena da loro. Posso?’
‘Non so…’
‘Buonasera, sono Sandra, davvero ci farebbe piacere. Paola vorrebbe farle vedere un libro. La riportiamo subito dopo cena.’
‘Va bene, grazie. Lucia mi raccomando…’
Avevo ringraziato a mia volta – a forza – perché ero già arrabbiata per quel mi raccomando che mia madre aveva aggiunto.
‘Ciao ragazzi, siamo arrivate!’ aveva salutato Sandra entrando.
‘Ciao ma’’ aveva detto Mauro dal divano.
‘Film molto carino, potevate venire’ aveva continuato lei.
‘Da bambine’ aveva detto Luca.
‘Cosa mangiamo stasera?’ li aveva interrotti Mauro.
‘Toast.’
‘Ma io volevo la pizza!’
‘Tanto neanche lo senti il sapore di quello che mangi’ gli aveva detto Luca.
Mauro gli aveva lanciato la palla da tennis che aveva in mano e poi era scappato via inseguito dal fratello.
Qualche giorno dopo ero partita alla carica.
‘Nonna dobbiamo fare i toast. Da Paola li fanno una volta alla settimana e sono buonissimi.’
Nonna mi aveva guardata incredula: ‘Queste cose straniere noi non le facciamo, non sono sane’ aveva detto.
‘Ma nonna, sono solo pane, prosciutto, sottiletta e poi se vuoi ci metti dentro i sottaceti’ cercavo di convincerla.
‘Dov’è il tostapane?’ le avevo domandato.
‘Cos’è?’ aveva risposto lei, mettendo a tacere il mio tentativo di portare un po’ di Paola a casa nostra.
Noi tutti i giorni torta a merenda, passato di verdura a cena, la domenica cannelloni, il tutto fatto dalle mani di nonna.
Dopo Natale i Berti andavano in montagna, noi non facevamo niente, tranne mamma che riprendeva a lavorare.
A me la neve piaceva da morire. Quando copriva tutto di bianco, Milano diventava un incanto.
‘Ad Alagna, ne vien giù quasi un metro!’ mi aveva detto Paola un pomeriggio.
Io avrei dato via il mio pupazzo Piccolino, pur di poter andare con loro. Rimanevano in montagna fin dopo Capodanno. Avrei potuto davvero fingere di essere la sorella di Paola. Già mi vedevo a giocare a palle di neve e a bere cioccolata calda. Avrei aiutato in tutto, come facevo ogni volta che andavo da loro.
Quando Paola mi aveva invitato avevo aspettato che la mamma tornasse ripetendomi il discorso in modo da dirlo bene, ma non mi aveva fatta neanche finire.
‘Questa volta devo dirti di no. A Natale si sta in famiglia.’
Do il primo morso e tutta la dolcezza mi va dalla bocca agli occhi. Apro un’altra merendina mentre mi si rigano le guance.
‘Ma partono il giorno dopo, ti prego mamma.’
‘Lucia, no. È troppo pericoloso’ aveva allungato una mano per farmi una carezza, ma io mi ero tirata indietro. Tremavo.
‘Ma non scierò, starò con Sandra, neanche lei scia. Studierò e mi porterò il quaderno di logopedia. Imparerò a dire la S e la F. Ti prego.’
‘Potresti scivolare camminando e poi passi più tempo da loro che a casa, non ti basta?’
Mi veniva da piangere, ma non volevo farlo davanti a lei.
‘Mi dispiace, questa volta è no’ aveva ripetuto.
‘Non vuoi pensarci?’
‘Ho già parlato con Sandra, sarà per la prossima volta’ poi come se niente fosse aveva continuato ‘vai a far merenda, la nonna ha fatto la crostata.’
‘Mi fa schifo la crostata, non ne posso più! Io voglio essere come gli altri!’
Paola il giorno dopo era triste quanto me, mamma l’aveva invitata a venire da noi, ma non ci veniva in mente niente da fare. A un certo punto aveva aperto lo zaino: mi aveva portato un’intera confezione di Fiesta.
‘Così quando ti manco sarà come fare merenda insieme’ mi aveva detto.
Sento la sua mancanza ancora adesso, anche se ho la bocca tanto piena che quasi scoppia.
Avevo nascosto il pacco in camera, nello spazio tra il muro e lo schienale della mia scrivania. Qualche giorno dopo mia madre mi aveva aspettata seduta sulla mia sedia, l’aveva trovato.
‘Dove l’hai preso? Lo sai che fatica faccio per farti trovare tutte cose di prima scelta in tavola? Hai così fame?’
Io guardavo il pacchetto che stringeva in malo modo. Avevo mangiato solo tre merendine, una per ogni giorno da quando Paola era partita.
Non me lo aveva restituito, aveva buttato via tutto e probabilmente era finito nel cestino anche il poco affetto che provavo per lei.
Non mi resta che finirle. Una per me e una per Paola finché la mia mano non toccherà il fondo. Per festeggiare con lei, ovunque sia. Se alla fine sarà l’acido a salirmi in gola vedrò di restituire tutto a mia madre.
© Ilaria Celasco
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