La misura del vuoto di Giorgio Ghiselli è il quinto racconto del secondo numero della rivista Corna.
Fosse per me, l’avrei chiamato Entomologie, qualcosa che richiamasse gli insetti – benché La misura del vuoto sia un titolo tondo -; perché, come certi film, i personaggi si muovono con profonde psicologie, ma sottili, nervose, che paiono ali d’insetto, che poi gli dei staccano e osservano.
Solo che, come per noi le cavallette, forse gli dei non hanno cognizione del nostro dolore; e chissà se sentono la crudità di un lamento, quando ci osservano le ossa in controluce.
Buona lettura.
===

La fame non arriva tutta insieme, non fa rumore, non bussa; si appoggia e basta, come una mano che non pesa ma resta, all’inizio è solo una distrazione, una precisione nuova negli odori, una chiarezza che lei non aveva mai notato prima, come se il mondo avesse deciso di smettere di essere sfocato proprio mentre smetteva di mangiare.
Il tempo, in quei giorni, sembrava allungarsi senza cambiare forma, le ore non erano più piene o vuote, semplicemente passavano, una dopo l’altra, e questa neutralità le dava sollievo, come se finalmente non fosse più costretta a scegliere cosa fare del tempo che aveva.
E non era stata una decisione, questo lo sapeva, non allora, era successo come succedono le cose che ti salvano senza avvisarti, prima togli una cosa, poi un’altra, poi scopri che togliere è più facile che tenere, e che se non mangi niente cresce, se niente cresce niente muore, e quel pensiero, all’inizio, era stato un sollievo, una pace improvvisa, come quando finalmente chiudi una porta che sbatte da giorni e la casa smette di parlare.
E così anche i giorni avevano smesso di fare rumore. Non c’era più quella fretta sottile di arrivare a sera, di attraversare le ore come tappe obbligate, tutto sembrava sospeso in un presente abbastanza largo da contenerla.
Aveva cominciato così, senza dirlo a nessuno.
Cucinava come aveva sempre fatto, ma con una calma nuova, quasi meticolosa. Tagliava le verdure tutte della stessa misura, lavava più volte, anche quando non serviva, asciugava il piano di lavoro prima di usarlo, come se dovesse restare pulito più a lungo del necessario. Accendeva il fuoco piano, aspettava che la padella fosse calda davvero, non solo tiepida, e ascoltava il rumore dell’olio quando iniziava a muoversi, quel suono sottile che arriva un attimo prima del fumo.
L’odore riempiva la cucina lentamente.
Non era un’ondata, era qualcosa che si depositava, che restava sospeso nell’aria anche quando spegneva il fornello. Apriva la finestra solo un poco, non per farlo uscire, ma per controllare che potesse respirarlo senza dover reagire. Le piaceva quel momento preciso in cui il cibo era pronto ma non ancora mangiabile, troppo caldo per essere toccato, perfetto solo per essere guardato.
Impiattava con cura, senza fretta, sistemava il piatto al centro del tavolo, sempre nello stesso punto, e si sedeva di fronte. Non faceva altro, aspettava.
Guardava il vapore salire e poi scomparire, e restava lì finché non smetteva del tutto. In quel tempo non pensava a mangiare. Pensava al fatto che il tempo stava facendo il suo lavoro al posto suo.
Quando il cibo si raffreddava cambiava odore.
Diventava più spento, meno vivo. Era quello il momento che preferiva. Quando poteva dire che era finito, che non chiedeva più niente. A volte si alzava e toccava il bordo del piatto con un dito.
Poi lasciava tutto lì.
Non copriva, non spostava. Usciva dalla stanza e faceva altro, mentre il piatto restava al centro del tavolo, una presenza silenziosa, sempre più fredda. Quando tornava, più tardi, l’odore era quasi sparito, e questo le dava una sensazione di ordine difficile da spiegare. La rassicurava:
non il non mangiare, ma il vedere che il cibo poteva esistere, raffreddarsi, perdere importanza, senza che lei dovesse intervenire.
Aveva imparato a trattare il proprio corpo come una cosa tecnica.
Con il tempo, però, quella precisione aveva cominciato a irrigidirsi.
Non entrava più nei posti dove si mangia insieme, non restava dove le mani si cercano, evitava le tavole lunghe, le cucine aperte, le storie che finiscono con una promessa. Le persone avevano cominciato a sparire senza che lei le mandasse via. Bastava non rispondere. Bastava non nutrirle. E se ne andavano, una alla volta, senza rumore.
Era diventata severa, non solo con loro, ma con tutto ciò che chiedeva spazio. Ogni richiesta le sembrava eccessiva, ogni offerta un rischio, e il corpo si chiudeva prima ancora che potesse fermarlo. In quella chiusura c’era una calma dura, una sensazione di ordine che non ammetteva eccezioni.
Pensava che fosse così che si sopravvive.
Togliendo tutto ciò che può crescere.
Togliendo tutto ciò che può morire.
Vedeva gli altri masticare, deglutire, parlare con la bocca piena, e le sembrava un atto di fiducia eccessiva, come se credessero davvero che ciò che entra possa restare, che ciò che cresce non possa essere portato via. Li guardava e pensava che fossero coraggiosi, o ingenui, o forse entrambe le cose, e non voleva più essere né l’una né l’altra, voleva essere esatta, piccola, contenuta, come una stanza in cui niente cade perché non c’è spazio per cadere, e questa esattezza le dava una calma che non dipendeva da nessuno, perché non era un pieno, era un vuoto tenuto bene.
Un vuoto che non faceva rumore.
Il suo corpo continuava a fare il suo lavoro: latte che non aveva dove andare, stanchezza che non si spiegava, vertigini leggere come avvisi. Lei li ignorava, come si fa con i rumori di una casa vecchia, li senti ma non rispondi, perché se rispondi diventano domande, e lei aveva smesso di rispondere, aveva capito che la fame non era una mancanza ma una regola, e che finché la rispettava niente avrebbe più preteso di nascere da lei.
Lui però non aveva mai firmato nessun patto, non aveva accettato quelle regole.
Così aveva cominciato a chiamare senza chiedere il permesso. Prima con cose piccole, una vertigine mentre si allacciava le scarpe, un tremore nelle mani, un vuoto improvviso dietro gli occhi, e per un attimo aveva pensato che fosse una forma nuova di equilibrio, una calma diversa, e solo dopo aveva capito invece che stava parlando in un modo che lei non aveva previsto.
Si fermava, respirava piano, aspettava che passasse, e quando passava provava una specie di orgoglio silenzioso — come se il corpo avesse accettato, almeno per quel giorno, le condizioni che gli aveva imposto.
Poi aveva cambiato strategia.
Aveva smesso di essere gentile.
Il latte arrivava senza motivo, una pressione calda e inutile, una presenza che non aveva più dove andare. Macchiava le magliette, la svegliava di notte. Lei si alzava, lavava, stringeva, come se bastasse comprimere per cancellare, e mentre lo faceva pensava che il corpo continuasse a comportarsi come se le cose potessero tornare indietro solo perché lui lo voleva. Quell’ostinazione le faceva rabbia, una rabbia fredda, pulita.
C’erano giorni in cui la stanchezza era così densa che le sembrava di camminare dentro l’acqua, ogni gesto richiedeva uno sforzo inutile, e lei rispondeva facendo meno, togliendo ancora, come se la soluzione fosse sempre nella sottrazione. E allora il corpo non protestava, restava lì, fermo, in attesa di qualcos’altro. In quei momenti aveva paura di muoversi per il timore di rompere quell’equilibrio fragile, come si ha paura di disturbare qualcuno che dorme male.
Poi aveva cominciato a parlare una lingua di nausea, di calore improvviso, di mani che non ti appartengono più, e la fame cambiava forma. E lei capiva che il corpo stava vincendo, non perché fosse più forte, ma perché era più antico, perché aveva una memoria che lei non poteva cancellare. E quella consapevolezza la spaventava perché se il corpo avesse avuto memoria allora ci sarebbe stata ancora qualcosa che voleva crescere, e lei non era pronta a permetterlo.
Così stringeva ancora più forte. Come si stringe un nodo che fa male, come si stringe una benda che già taglia la pelle, e in quella pressione c’era una disperazione silenziosa, un tentativo di restare piccola, vuota, esatta, mentre il corpo continuava a spingere, a ricordare, a chiedere, e lei capiva che prima o poi uno dei due avrebbe ceduto, e sapeva che quando sarebbe successo il vuoto che aveva tenuto così bene non sarebbe più bastato a salvarla.
È successo in un modo che non meritava di essere ricordato, qualcuno le aveva teso qualcosa da mangiare senza pensarci, un gesto automatico, gentile, quasi distratto, e lei aveva visto l’intenzione, aveva visto le dita, il movimento breve, e in quel momento il corpo aveva fatto un passo avanti da solo, un passo minimo, impercettibile, ma lei l’aveva sentito come si sente un tradimento.
Non aveva preso.
Aveva lasciato la mano sospesa a metà, aveva abbassato le dita, lentamente, come si fa quando non si vuole che un gesto diventi visibile.
Aveva fatto un passo indietro e il piede aveva urtato il bordo del tappeto, una cosa stupida, che l’aveva costretta a guardare in basso, e mentre guardava aveva sentito la fame spostarsi, non verso la bocca, non verso le mani, ma più giù, come se stesse cercando un altro modo di entrare.
Una fessura.
Un varco.
E da lì la fame aveva cominciato a entrare in un modo diverso, non più come controllo, ma come mancanza che pesa. Da quel momento ogni cosa le era sembrata troppo, ogni parola un tentativo di nutrirla, ogni presenza un rischio, e aveva capito che la disciplina non bastava più, che il vuoto non era più stabile, che il corpo aveva sentito l’odore di qualcosa che non c’era e non avrebbe smesso di cercarlo.
Aveva cominciato allora a togliere non solo il cibo ma tutto il resto, e questo le dava una sensazione di ordine e tranquillità. Si sorprendeva a pensare che tutto quel togliere era giusto, necessario, che il mondo le appariva troppo pieno, troppo rumoroso, non perché lo fosse, ma perché lei non aveva più spazio per contenerlo, e allora meglio il vuoto controllato, meglio il vuoto scelto, mentre riduceva le giornate a gesti minimi, senza eccedenze, come se la vita potesse stare dentro una lista breve.
La fame, quando la trasformi in regola diventa severa, e lei era diventata severa con tutti, soprattutto con quelli che non sapevano tenere il vuoto, con quelli che facevano progetti come se il tempo fosse garantito, e li giudicava, in silenzio, e in quel giudizio c’era una voce che non riconosceva come sua e più quella voce diventava chiara, più lei diventava sola, di una solitudine ordinata, senza imprevisti, e per un po’ aveva pensato che fosse questo, che fosse così che si sopravvive, togliendo tutto ciò che può morire prima di te.
Eppure, in mezzo a quella precisione, il corpo continuava a fare il suo lavoro, a ricordare, a spingere, a mandare segnali e lei capiva che tutto quel togliere non stava cancellando il vuoto, lo stava solo rendendo più profondo, più vasto, più difficile da abitare.
C’erano momenti, verso la fine, in cui tutto sembrava fermo in un modo strano, stava in una specie di intervallo come se non avesse più urgenza di arrivare da nessuna parte.
Faceva le cose necessarie, con quella precisione che aveva imparato ad amare, ma ogni gesto sembrava chiederle qualcosa in più del dovuto, come se il corpo stesse accumulando un debito silenzioso che prima o poi avrebbe preteso di essere pagato. A volte si fermava in piedi, senza un motivo preciso, e in quei pochi secondi sentiva una leggerezza innaturale, una specie di vuoto improvviso, come se il corpo si fosse spostato di qualche centimetro rispetto a lei.
In quei momenti aveva l’impressione che il corpo stesse preparando qualcosa all’insaputa di entrambi, come se stesse prendendo tempo, non per guarire, non per cedere, ma per decidere da solo quando fermarsi. E lei, che aveva passato mesi a togliere, a ridurre, a contenere, non aveva più strumenti per riconoscere quel movimento lento, quasi educato, con cui il corpo si stava allontanando da lei.
È successo senza scena, senza avviso, stava in piedi e poi non più.
Come se il pavimento si fosse alzato incontro a lei, e in quell’istante aveva capito che la fame non era più una scelta, era un fatto, una forza che la piegava verso il basso, verso quella posizione antica in cui non si decide più niente.
Si resta.
Il pavimento era freddo, l’aria sembrava lontana, le voci arrivavano a tratti, come se passassero attraverso una stanza chiusa. Sentiva il peso del corpo appoggiato male, una gamba che non riconosceva subito, il respiro che cercava un ritmo senza trovarlo. Qualcuno si era mosso, qualcuno aveva toccato il suo braccio. Lei non aveva fatto nulla. Restare, in quel momento, non era una scelta. Era la sola cosa possibile.
Sentiva voci, mani sulle spalle, e il corpo, finalmente libero tremava, sudava, piangeva senza lacrime. Un pianto secco, inutile, e in quel tremore c’era una resa che aveva evitato per mesi, e lei avrebbe voluto chiedere scusa al corpo per averlo tenuto così muto, ma non riusciva a parlare, non riusciva a fare niente se non sentire. E sentire era troppo.
In quel momento aveva capito che aveva sbagliato tutto e niente insieme, che la fame non era il problema, ma lo era il modo in cui aveva cercato di governarla, e aveva visto, per la prima volta senza difese, che stava morendo per proteggere un vuoto, che stava diventando sempre più piccola per non dover rischiare di essere di nuovo grande.
Mentre il corpo si calmava, lentamente, come fanno le cose vive quando smettono di lottare, il tempo aveva perso forma e lei aveva sentito una fame diversa, non urgente, non violenta, una fame quieta, pesante, e aveva capito che non poteva più ignorarla, che ignorarla era stato un lusso che non aveva più, perché il corpo aveva parlato.
E aveva capito che non c’era più niente da togliere senza togliere sé stessa, e quella consapevolezza, invece di spaventarla, l’aveva lasciata vuota in un modo nuovo, non un vuoto controllato, ma un vuoto aperto, imperfetto, un vuoto che respirava, e per la prima volta da mesi aveva sentito che forse era lì che qualcosa poteva ancora stare, non crescere, non tornare, ma stare, e bastare.
Non era successo subito.
Era successo lentamente.
Quando si era seduta davanti al piatto caldo, alla fine, non aveva fatto nulla per un po’.
Non per esitazione, ma perché il gesto le sembrava improvvisamente più grande di quello che era. Il piatto fumava appena. L’odore era forte, diretto, senza quel tempo di attesa che aveva imparato ad amare. Le dava fastidio proprio perché non lasciava spazio.
Aveva preso la forchetta e l’aveva tenuta ferma in mano, sentendo il metallo freddo contro le dita. Il contrasto con il calore del piatto l’aveva fatta pensare, per la prima volta dopo mesi, che le cose non erano più sotto controllo come prima. Aveva infilato la forchetta nel cibo lentamente, come se potesse sbagliare, come se una pressione sbagliata potesse far succedere qualcosa di irreversibile.
Il primo boccone era rimasto in bocca più a lungo del necessario.
Non aveva fretta di masticare, non per indecisione, ma perché il corpo sembrava voler controllare ogni passaggio: la temperatura che si abbassava lentamente, la consistenza che cambiava sotto i denti, il sapore che diventava più definito solo quando smetteva di opporsi. Deglutire non era un gesto naturale, era una soglia. Sentiva il movimento scendere, irreversibile, e per un istante aveva avuto la tentazione di fermarsi, di espellere, di tornare indietro. Ma il corpo aveva continuato, senza chiederle il permesso.
Aveva mangiato piano, boccone dopo boccone, aspettando che ogni gesto si chiudesse prima di iniziarne un altro. Non c’era piacere, non ancora, ma c’era una specie di attenzione nuova, come se il corpo stesse riconoscendo qualcosa che aveva sempre saputo fare, ma che aveva smesso di praticare per troppo tempo.
A metà del piatto aveva appoggiato la forchetta.
Non per fermarsi, ma per sentire cosa stesse succedendo. Il calore non era più aggressivo, il cibo si stava raffreddando, e per un attimo aveva avuto la tentazione di aspettare, di lasciarlo diventare di nuovo come prima, innocuo, gestibile. Ma non l’aveva fatto.
Quando aveva finito, il piatto era vuoto, e il vuoto non era uguale a quello che conosceva.
Non era silenzioso, non era ordinato. Era presente. Aveva un peso.
E aveva capito che la differenza non era tra mangiare e non mangiare,
ma tra lasciare che il tempo faccia il suo lavoro e accettare che il corpo faccia il suo.
La sera, più tardi, aveva aperto la finestra, l’aria era fredda, precisa, uguale a sé stessa, e aveva appoggiato la mano sul ventre, non per cercare, non per ricordare, ma per sentire se c’era ancora spazio, come faceva quando il battito c’era ancora.
E c’era.
Uno spazio imperfetto, vivo, che respirava, e in quel respiro aveva capito che il resto non sarebbe stato silenzio, ma una fame diversa, più lenta, meno elegante, meno luminosa, una fame che non ti fa vedere il futuro ma ti tiene nel presente, che non affila lo sguardo ma ti costringe a stare, e forse era questo l’unico nutrimento possibile, non quello che riempie, non quello che consola.
Quello che ti impedisce di scomparire.
© Giorgio Ghiselli
Leggi i racconti della Rivista Corna no. 1, Respiro
Leggi il redazionale della Rivista Corna no. 2, Fame
Leggi il Manifesto della Rivista Corna, la rivista ostinata.