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[Racconto inedito] 1938.

Anna Martinenghi (Soncino, 1972) è arrivata alla prima lezione in ritardo, di corsa, e poi ha scoperto che le avevano pure rubato il portafogli. (Non a lezione). Poi ha cominciato a fare corsi in presenza con il Penelope Story Lab, nonostante l’ingresso fosse stato quello. Ma era il 2019; nel 2020, si sa cos’è successo. Ma è passata all’online, ha belle idee e una bella verve; e lavorare con lei significa anche giocare con le sue idee, col piglio, la verve.

Un giorno a lezione, in questa sede di viale Suzzani, abbiamo letto Baldini; ho consigliato questa silloge di Raffaello Baldini, Piccola antologia in lingua italiana (Quodlibet, 2018). E la prima poesia, che riporta nel commento, le è rimasta dentro; è ciò che fanno i bei testi, ti restano dentro.

Ora stiamo lavorando ancora insieme, partecipa al corso intensivo Il lavoro dello scrittore; e io non vedo l’ora che esca ciò che sta preparando.

Ma leggete qui; e, ça va sans dire, questa è la cosa più bella che leggerete oggi.

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1938

“La maestra di Sant’Ermete

delle volte, il pomeriggio

si chiude in camera e accende una Giubek

Non fuma.

Sdraiata sul letto

la guarda consumarsi.

Le piace l’odore.

Delle volte le viene da piangere”

Raffaello Baldini – Piccola antologia in lingua italiana

Per tutti era solo la maestra. Non c’era famiglia a Sant’Ermete che non avesse avuto a che fare con lei in più di quarant’anni di scuola elementare. In pochissimi la chiamavano Agnese e ancora in meno conoscevano il suo cognome: Casadei.

Non si era mai sposata “la maestra”. Figli ne aveva avuti tanti e di tutti, tranne uno, ricordava ogni cosa: cognome e nome, la fatica delle aste sulle righe sempre più strette del corsivo, il far di conto delle tabelline, i capoluoghi di provincia, fiumi e laghi italiani. E poi le Alpi: Marittime, Cozie, Graie, Pennine, Lepontine, Retiche, col promemoria triste: “Ma con gran pena le porta giù…”.  La sua pena la maestra Agnese l’aveva portata per tutta la vita, senza spostarsi mai dagli Appennini.

L’unico figlio che non nominava mai era il suo. Ettore. Error di gioventù avevano detto. Ma per lei no, non lo era stato. Era giovane, non stupida. Le toccò il convento, le toccò partorire di nascosto e quel figlio portato via subito, senza nemmeno un abbraccio.

Poi nessuno ne parlò più in casa sua. Nemmeno una parola, come fosse stato solo un brutto sogno. Lei invece ci pensava ogni giorno. Ci vollero anni per ritrovarlo, intanto insegnava con passione ai figli di qualcun altro a diventare adulti curiosi e consapevoli.

Lo ritrovò che aveva quindici anni, chiuso in un istituto per malati mentali. «È tonto» aveva detto la suora. Il figlio della maestra non sapeva né leggere né scrivere, parlava a grugniti e fumava mozziconi di sigarette raccolti per terra in cortile. 

Agnese iniziò da quelle: una Giubek con filtro ogni dieci parole imparate: ape, erba, uva, macchina, cantare, Ettore, finestra, fumare, mamma, culo. «No, culo no Ettore…».

Lo trovarono mezzo morto nel bagno degli uomini. Dissero che era stato Prospero, un omone grande e grosso con meno cervello di un fungo porcino. «È tonto, ma picchia duro» aveva detto la suora. Disse anche che Ettore aveva detto culo a Prospero.

Al funerale ci andarono in tre: il prete, la suora e Agnese Casadei.

Da allora la maestra va al camposanto ogni pomeriggio. Non porta fiori sulla tomba, ma qualche sigaretta. Poi torna a casa e delle volte se ne accende una. Non la fuma. Sdraiata sul letto la guarda consumarsi. Le piace l’odore. Chiude gli occhi e pensa a tante cose.

Delle volte le viene da piangere.

Anna Martinenghi

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