PENELOPE STORY LAB
Scuola di scrittura

[Racconto inedito] Botèv, di Federico Starace.

Federico Starace mi è stato segnalato da Amleto de Silva.

Questo poi mi sarebbe bastato, finché non ho letto il racconto.

Oggi l’ho fatto; e ho scoperto che sì, è la cosa più bella che leggerete oggi.

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“Alfrè, ma ‘stu sfaccimm di freddo tu te lo ricordi? ”

“E certo, Antò, i freddi me li ricordo tutti quanti. I caldi non tanto, ché durano assai, e poi stesso che mi fanno bene.”

I due svoltarono in una via laterale, imbutata tra i palazzi, dove il vento gelido inviperiva sulle loro facce e faceva pericolosamente sventagliare l’insegna del punto SNAI, dove erano diretti.

“Oilloc, sta là” disse Alfredo protendendo il mento verso il loro amico, intento a comporre una bolletta a un banchetto infisso al muro della ricevitoria.

“Sandrì, ma dove cazzo stavi. Ti stiamo cercando da due ore. Manco il telefono ti prende!”

Sandrino, senza distogliere lo sguardo dal monitor del computer che rimandava le quotazioni, il colorito conventuale: “Mi avete trovato qua, stavo qua.”

“Sandrì, abbiamo apparato un poker da Lello. Che vuò fa?”

“Mo cominciano le partite”.

“Sandrì, ho visto a Daniela” gli disse risoluto Alfredo.

Sandrino lasciò cadere la penna. Sbuffò sorridendo e guardando negli occhi dell’amico, come se questi ne avesse sbagliato il nome: “Chella bucchina!”

“Sandrì, non è una bucchina. Quella ti vuole…”

Sandrino si mise appetto ad Alfredo: “Alfrè, ma fammi capire una cosa: ma tu a chi sei amico: a me o a lei? A me? E allora devi dire che è una bucchina, senò leviamo tutto da mezzo e chi si è visto si è visto. ” e ritornò a fissare il monitor.

“Sandrì” fece un ultimo tentativo Alfredo “andiamoci a fa sta partita, jamm”

L’amico non rispose.

“Tiene ragione il giovane” s’intromise ieraticamente un uomo all’apparenza molto più anziano di quello che realmente era: capelli sporchi a mezzo collo, pizzetto folto di cui i baffi ingialliti dal fumo, : “Le femmine, senza che ragionate, sono tutte bucchine: sono come il Botèv”

“Il che?” chiese Antonio.

“’o Botev, sta cazz di squadra della bulgaria che fa sempre questo: si fa tre quarti di campionato che sta sempre sopra a tutto e te lo fa credere, po’, bello e buono, si vende tutte le partite: allora tu che devi fare: devi capire quando la devi finire di dargli fiducia: solitamente a febbraio. Vedete qua:” e trasse dal portafoglio una bolletta “Botèv Plovdiv- OFK Pirin: 2 fisso; mo stiamo a febbraio e ‘o Pirìn sta sotto a tutto.”

Alfredo, fermando Antonio, il quale stava per prendere una penna e segnare il codice della partita del Botev: “scusate Maestro, ma che c’entra con le femmine?”

“Giuvinò, le femmine le dovete dare vincenti per tre quarti di campionato, cioè ci date fiducia fino a un certo punto: però dovete tenere sempre presente che prima o poi iniziano a perdere a posta, a posta per andare in culo a voi”

Sandrino, come folgorato: “e quella così ha fatto, quella bucchina: appena ha visto a quello che alla stagione se la porta ‘a fa ‘a puttana a destra e a sinistra, mi ha appeso a me.”

L’uomo, stringendosi nelle spalle, ai tre che lo guardavano: “comm ‘o Botèv” e andò via, verso un monitor che segnalava l’inizio di una corsa di cavalli.

Alfredo, come a rompere quel teatrino “Botèv o non Botèv: Sandrì, tu ti devi arripigliare! Che cazzo devi fare qua dentro? Jamm, te voglio bene”

“No, tu nun me vuò bene: non hai detto che Daniela è una bucchina”

“Sandrì, è na bucchina! Va bene, mo andiamocene”

“Come il Botèv?”

“Sì, comme ‘o Botev”

I tre finalmente uscirono e, dal vento spinti fuori dal vicolo,si trovarono sulla strada principale.

Si sa che un uomo solo l’idea di una battaglia non la regge; fugge prima che di lontano muggiscano i corni nemici. Ma un uomo accompagnato da altri uomini accresce nella moltitudine la sua forza percepita e il suo coraggio. E quand’anche la battaglia dovesse volgere a sconfitta devastante, è sempre la compagnia di altri uomini lenitivo medicamento. Infatti Sandrino si svagò non poco a casa di Lello, durante la partita a poker, dimentico di Daniela.

“Sandrì, e manco volevi venire: hai vinto quaranta euro, che vai trovando più! ‘A fessa ‘e sòreta” gli fece Antonio.

“Sei andato in finale co’ quello, come si chiama, il cognato di Lello”

“Genny” disse Sandrino “che cazzo di tipo, a me non me la conta giusta, ma po’ è la prima volta che lo vedo, ma co’ chi se la fa?”

E subito, mentre i tre congetturavano su dove avessero potuto incontrarlo, Genny, il cognato di Lello, si accostò ai tre con una BMW.

“Guagliù, ma che tenete da fare?” gli disse dal finestrino della macchina.

I tre amici, con le curvature che fecero assumere alle bocche, lasciarono intendere niente.

“Ve la volete abbuscare una cosa di soldi?”

Non lo conoscevano proprio Genny, sapevano solo che la sorella di Lello, subito dopo essere stata messa in cinta si era maritata con questo figuro, che prima di aprire bocca sembrava, da com’era in arnese, un capitano d’industria, ma subito dopo apertala un recluso al 41 BIS in perenne colloquio in codice con i familiari, dal momento che anche se si lasciava andare a considerazioni sul tempo meteorologico faceva aleggiare sull’uditorio una sinistra nube di non detto. Quando al tavolo, durante la partita aveva detto “Sta arrivanno ‘o male tiempo”, tutti si erano guardati reciprocamente avvertendo una certa sensazione di disagio fisico. La stessa sensazione che i tre provavano ora.

“Ve la volete abbuscare una cosa di soldi?”

I tre amici non risposero.

“Duecento euro a testa: si tratta di andare a citofonare a un amico mio per dirgli una cosa e ve ne tornate a casa”

“Ma quando?” chiese Antonio.

“Mò mò: andate, venite e vi pago. Anzi…” trasse dalla tasca il portafogli “siccome siete amici di Lelluccio e siete bravi ragazzi, qua stanno seicento euro.”

Antonio stava per prenderli, quando fu fermato da Alfredo: “Ma che dobbiamo fare?”

“Allora: andate a via macello 29, a Boscoreale: ci sta una palazzina rossa, citofonate Rapisarda, quelli rispondono, dite  “Madonna di Pompei”, e ve ne tornate qua. Questo è. Mi pare che per duecento euro a testa è ben pagato, no?”

Alfredo nicchiò, mentre Antonio e Sandrino accettarono subito: il primo perché la notte dormiva poco e si cacava il cazzo di stare a casa, il secondo perché stava assuefacendosi al balsamo lenitivo della compagnia degli amici.

Presero i seicento euro e salutarono Genny.

“Guagliù, ma siete sicuri? A me mi pare ‘na cosa strana”

“Alfrè, ma perché devi fare sempre il pesantone” fece Sandrino.

“Azz Sandrì, tu fino a mo ti volevi suicidare per mezzo di Daniela”

“A parte che non era fino a mò ma fino a oggi pomeriggio, e poi non mi volevo suicidare. Ma po ti ho detto che non si chiama Daniela? Ma chella bucchina!”

“Sì, chella bucchina e mò vuò verè che…”

Si intromise Antonio: “Guagliù, guagliù! Che vi appiccicate a fare: mò facciamo un attimo sto servizio, che ci mettiamo? Mezz’ora? E domani ci ne andiamo a fa na grande mangiata!”

“Ste vie di merda, guarda qua, fanno schifo! Io una sola volta nella mia vita ci so venuto a Boscoreale, che poi era più Torre Annunziata: mi ero andato a ubriacare a Sorrento e per tornare a Vico pigliai il pullmann dell’una di notte; ci stava un cazzo di traffico perché ci stava il pellegrinaggio a piedi per la madonna di Pompei – mo ce vò-, quello che parte da Massalubrense nella nottata; insomma io a te, tua a me, mi addormento; mi sveglia il controllore a Torre e mi fa: “guagliò dove devi scendere, io faccio “Vico” e lui “e qua stiamo a Torre Annunziata”. Mi fa scendere al deposito della vesuviana che sta a confine con Boscoreale, nu posto ‘e mmerd, e mi metto vicino al gabbiotto della guardia giurata; e da là chiamai a mio padre per farmi venire a prendere, erano le tre di notte.”

“E che ti disse tuo padre?” chiese Sandrino ad Alfredo che aveva raccontato l’aneddoto mentre guidava.

“M’allaninma ‘e chi t’è muorto! Che doveva dire?”

Li interruppe Antonio: “comunque devi svoltare qua, via macello sta qua, a destra”

Quando Alfredo ebbe svoltato, dopo pochi metri individuò la palazzina rossa: “qua è” disse.

Davanti al citofono, circondati dal buio di quelle mefitiche campagne, Antonio, soffregandosi le mani, con trasporto: “Guagliù allora: io busso Rapisarda, tu Alfrè parli e Sandrino va a appiccià la macchina”

“Antò, mica dobbiamo dire “‘o cazz”, quelli dentro già sanno” fece Alfredo.

Bzzzzz “Chi è?” venne dalla strozza del citofono.

“Madonna di Pompei” fecero, vochi chiare e divertite, tutti in coro.

Alfredo, appena il proprietario del citofono ebbe riagganciato: “Mò ti immagini che scende una vecchia co’ cinque euro in mano?”

“Vabbuò, Alfrè, abbiamo fatto. Mo ce ne volessimo andare?”

Mentre montavano in macchina, dal portoncino dello stabile, a pochi metri da loro, uscì un cinese corpulento, rasato, un tabarro bisunto a coprire il pigiama che aveva sotto.

“Madonna di Pompei?” chiese loro indicandoli.

“Sì” rispose timidamente Alfredo.

“Ah, voi Madonna di Pompei?” e sorrise.

“No, no che noi siamo la Madonna di Pompei; noi abbiamo detto Madonna di Pompei.”

Fece di sì con la testa, emise qualche suono nella sua lingua e dal portone uscirono altri due suoi connazionali, più piccoli di lui, fisicamente, ma altrettanto poco raccomandabili che portavano una grossa valigia. Stavano per caricarla nella macchina di Alfredo quando questi li bloccò: “Scusate, ma noi dovevamo solo dire Madonna di Pompei e ce ne dovevamo andare. State sbagliando!”

“Lo sapevo, io non ci volevo manco venire… per mezzo di quella bucchina! Quella cessa!”

Alfredo fu distratto da Sandrino: “Sandrì, per cortesia! Aspè” e la valigia fu bella che caricata.

Nel frattempo il primo cinese, quello grosso, stava dando, Alfredo lo capì guardando l’amico annuire a quello che gli diceva, delle disposizioni ad Antonio, poco discosto da loro. Il quale subito li raggiunse “Guarda qua, Chinguì nguì mi ha dato trecento euro, facciamo cento a testa e con quelli di Genny a testa so trecento”

“Allola apposto, Madonna di Pompei?” fece il cinese sulla soglia.

“Appostissimo!” rispose Antonio col gesto dell’Ok.  “Ciao Madonna di Pompei!” E il portoncino si richiuse.

“Mannaggia ‘a maronna ‘e Pompei! A posto ‘o cazz Antò, che cazzo ci sta là dentro?”

“Alfrè, che cazzo te ne fotte che ci sta là dentro, ci ha dato cento euro a testa! Jamm ja, portiamola là” disse, gasato come un ragazzino a una caccia al tesoro, infatti fu il primo a sedersi il macchina, davanti.

Alfredo e Sandrino rimasero a guardarsi a vicenda.

“Portiamola là dove?”

Antonio, che li guardava con piglio bambinesco “A Mercogliano, la posiamo in un garage, via Calabritto 23, diciamo la parola e ce ne andiamo. ”

 

Sulla Napoli- Bari, le bestemmie di Alfredo non si placarono che all’altezza di Baiano. Furono interrotte da Antonio “Comunque la parola non è più quella. Indovina qual è?”

Tutti tacevano.

“Madonna di Montevergine!” Eruppe ridendo, aspettandosi che gli altri due facessero altrettanto.

“Cioè, capito? A Boscoreale era Madonna di Pompei e a Mercogliano è Madonna di Montevergine”

“Mò ci dicono Madonna di Medjugorjie, sicuro! Con l’avviata che abbiamo preso!” fece Sandrino, rassegnato, come tutti i delusi dalla vita, per i quali cento o centomila chilometri non fanno più differenza, docili ormai ad altri dolori, ad altre distanze.

“Sandrì, nessuna avviata! Mò posiamo sta cazzo di valigia e ce ne andiamo alle case nostre” lo riprese Alfredo dal retrovisore.

“No no, Sandrì” girandosi dietro Antonio “tutto ma la Puglia no! Ci so stato l’altra…”

“Medgiugorjie non sta in Puglia”

“No?”

“No, sta in Jugoslavia”

“La Jugoslavia non esiste più”

“Ma statt zitt che don Tonino fa il pulmann ogni anno”

“Sta in Bosnia, scem!”

“Statevi zitti, dobbiamo uscire mo oì: Mercogliano”.

 

©Federico Starace

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