Riccardo Marin (Verona, 1991) è una delle persone più giovani con cui ho lavorato.
Adesso ha un’età che definiremo giovane; allora era ancora più giovane, non ricordo nemmeno l’anno di nascita – sì, gliel’ho chiesto dopo -, so che era così giovane che la cosa era imbarazzante. E so che un giorno scrisse un post su facebook, era estate, e dissi Ah. A volte mi capita, di leggere cose sui social di miei allievi presenti o passati, e di fermarmi e dire: Ah. Che vuol dire due cose: o non li avevo capiti prima, o è scattato il clic, fa proprio un rumore, un clic, e quello che si scrive dopo non è più uguale a quello che si scrive prima. Ora, sono contento che leggiate ciò che scrive dopo. Che è tanta roba.
Comunque. Riccardo lavora – lavorava, non so, è un po’ che non ci sentiamo – intorno a un progetto che definire affascinante è dir poco: detta con parole mie, la creazione di un algoritmo per la trasposizione di un corpo umano dal suo genere all’altro. Questo per dire che testa ha Riccardo. Ma potrete capirlo da voi leggendo questo racconto; che, ormai lo sapete, è anche la cosa più bella che leggerete oggi.
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È stanco. Ha capito di esserlo quando ha cominciato a dimenticarsi i compleanni. Quando è successo, ha anche realizzato che il problema aveva radici più profonde, perché si era dimenticato di segnarseli. Ciò che ci si scorda di compiere, pensa, non può mai più essere compiuto in ugual modo. Un altro sintomo è stato l’uso pigro del suo tempo libero: il telefono segnava, nei giorni festivi degli ultimi sei mesi, una media-passi in costante decrescita. Questo, pensa, può essere rimediato: basterà camminare senza sosta per dodici ore e la media si alzerà vertiginosamente. Alla fine, quello che conta è la media. Non conta che i valori siano incostanti. A tutti interessa solo la media. Ma è stanco, e di camminare dodici ore non ne ha voglia. Una corsa breve, crede, andrà ugualmente bene ai fini statistici. Una corsa breve. Si allaccia le scarpe. S’infila la tuta acetata. Si controlla allo specchio e sistema i capelli attorno alla chierica. Pensa: una corsa breve.
Appena fuori dal portone comincia a correre sui marciapiedi dissestati dell’estrema periferia con una velocità poco superiore alla sua camminata. Schiva i passanti, le bici che non rispettano i semafori, e un portapizze con una marcata etica del lavoro. Si sente dinamico. Dopo poche centinaia di metri, i palazzi si diradano, aprendo ai campi dell’aperta campagna. La strada termina nel sole che precipita piano dentro l’orizzonte. Con l’aprirsi dello spazio i pensieri si scaricano, rimpiazzati dal profumo della primavera. Anche quest’anno è sopravvissuto all’inverno. Per ottantanove giorni è arrivato salvo al suo letto, e per altrettanti è riuscito ad alzarsi da quest’ultimo. Ora, lo sente, è il momento dell’anno in cui i giorni vanno pizzicati per le estremità e trattenuti il più possibile. È così che le giornate si allungano.
La stanchezza e le gambe cominciano a formicolare dal piacere della loro velocità – velocità modesta, ma che non toccavano da molto tempo. Muscoli dimenticati tornano a scaldarsi, fibre nascoste si contraggono. Il semicerchio arancione tenue gli scalda il volto senza accecarlo. Riflette che se andasse abbastanza veloce potrebbe restare sempre in quella luce e arrestarne la caduta. Lo fermerò, pensa: arriverò a reggere la fine del giorno con le mie mani.
In lontananza, una ragazza corre come lui verso il precipizio. Non si conoscono, e non sapranno mai quanto simile sia il loro discostamento dalla media. Nella sua testa si immagina di superarla. È un pensiero stupido, si dice, non è una gara. Non c’è alcuna utilità nel superare qualcuno con un diverso punto d’inizio, un diverso percorso e un diverso obiettivo che, certo, non sarà quello di arrivare a reggere la fine del giorno con le sue mani. Ma questo pensiero non gli arriva oltre l’ombelico. Le gambe accelerano, le braccia aumentano l’arco delle oscillazioni, la testa si inclina in avanti, i nervi si investono di impulsi elettrici, la circolazione dispensa ossigeno, la pelle sfiata calore; tutto solo e unicamente per far funzionare, sotto chili e chili di materia inerte, il meccanismo più complesso dell’Universo conosciuto.
Ha quasi raggiunto la ragazza, li separano una ventina di metri. Lei è una sagoma nera nel semicerchio arancione. Arrivato a cinque passi da lei, scarta di lato. A ogni respiro sente le cavità del petto crepitare. Tre passi. È spossato, stringe i denti. Un passo. Potrebbe toccarla. Quando il suo braccio supera la posizione della ragazza, si rende conto che se finisse tutto in quell’istante, sarebbe primo. Che bella parola, primo. Anche se di una gara tutta nella sua testa ma: primo. Si può essere primi anche essendo stanchi, basta crearsi le occasioni.
I polmoni non reggono oltre. Le gambe perdono giri. Rallenta. Cammina. Si ferma. Il sole quasi interamente scomparso è evidentemente irraggiungibile. Oggi non reggerà la fine del giorno con le sue mani. Le appoggia sulle ginocchia. È arrivato primo; se lo farà bastare. Ha tentato di essere più che umano e ha fallito, e niente è più umano di questo.
Aspetta che la ragazza lo sorpassi di lì a pochi secondi ma non accade. Si volta: lei ha già fatto inversione nella sua corsa e torna verso la città, nel suo percorso, su cui è ancora prima.
©Riccardo Marin