[Racconto inedito] Meravigliosa adolescenza.

Serena Cavallini (Carpi, 31 agosto 1977) è arrivata un giorno di ottobre nella sede bolognese, si è seduta e ha cominciato a lavorare.

Ricordo il gruppo: non eravamo in tanti, ma la presenza costante di quei volti e di quelle voci ha fatto sì che il corso fosse continuo, potente, anche divertente.

Un giorno Serena ha scritto qualcosa, che qui non dirò, che mi ha fatto dire: Ah. E quando dico: Ah, mi sto appuntando un tono di voce, un argomento, un tema, un pensiero, che so che torneranno e faranno da fil rouge.

Ci siamo rivisti, ha fatto altri corsi, in presenza e a distanza, tra cui Scrivere l’adolescenza. In questo racconto, che di adolescenza parla – e che è stato scritto in parte durante quel corso, e poi rimpolpato -, ci trovate quel fil rouge là, e una costante di Serena: una delicatezza di ricerca, attraverso tutto ciò che scrive, unita a un pensiero acuto, che capisce ma ci vuole arrivare per gradi. Per il resto, se la volete conoscere, partite da qui. Vi assicuro: dal momento dei due passi, sarà la cosa più bella che leggerete oggi.

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Era il primo dicembre. Avevamo camminato per due ore nel bosco dei castagni. L’erba era alta, umida, gli scarponcini erano stretti, ogni volta in discesa sentivo la punta fare male. Eravamo partiti dal vecchio casolare, la proprietaria mi aveva guardato le scarpe da cittadina e aveva fatto no con la testa. Poi era sparita per un attimo e mi aveva allungato quei cosi verdi e neri. “Guarda se ti stanno, sono di mio figlio” ed era sparita. Io avevo ubbidito, non erano belli, ma nessuno sembrava farci caso. Avevo fatto due passi avanti, una giravolta, e due passi nella direzione opposta. Quando mia madre da bambina mi portava nel negozio del centro a comprare le scarpe per la stagione, mi diceva sempre così, fai due passi, ritorna, come le senti?

Avevamo preso il sentierino dove i solchi di un trattore erano pieni di acqua scura, ci eravamo messi in fila indiana, avevamo varcato un cancello verde di legno e rete, ed eravamo spariti tra alti cespugli spinosi, e castagni soffocati da edere.

Io avevo spesso guardato a terra. Cercavo aculei di istrice. Erano bacchette perfette da infilare negli acchiappasogni che Michele mi aveva insegnato a costruire. “Quando fai gli incubi lui ti protegge, i sogni sono solo passaggi verso altre dimensioni.” Io lo guardavo incantata tagliare rami di salice, li intrecciava per fare un cerchio perfetto e poi con un filo colorato e un ago iniziava la ragnatela. Ogni tanto infilava una conchiglia forata, un seme di qualche pianta sconosciuta, perline colorate. Aiutami, mi diceva, tu che hai le dita piccole. L’ultimo sigillo, una pietruzza o una perlina, lo fermavo io al centro con un nodo.

Solo quando era completo infilava una bacchetta nella trama, poi attaccava alcune piume trovate nel bosco. Erano regali della natura. E io li desideravo. Come desideravo Fabio.

Camminava diverse persone davanti a me: i capelli lunghi legati in una coda lenta sulla camicia a quadri rossi. Fermati a un ruscello l’avevo visto arrampicarsi su un albero abbattuto: una vecchia quercia mostrava le radici lunghissime. Lui danzava sul tronco saltando e urlando. Ricordo l’eco, i brividi, i capelli liberi, ora.

Cercavo i suoi occhi e abbassavo i miei.

Rimanevo distante con persone che conoscevo o con sconosciuti che non guardavo.

Avevamo immerso le mani nell’acqua, io e Samanta, la sorella di Michele. La guardavo e pensavo che non sarei mai potuta essere così. Lei faceva ciò che sentiva. Ballava, cantava, suonava strumenti improvvisati con bastoni e sassi, alzava la gonna e semplicemente era. Aveva tolto le scarpe di cuoio marroni, sfilato i calzettoni di lana grigia ed era entrata nel ruscello con i piedi. Vieni, aveva detto, io avevo sorriso ma non mi ero mossa. Rabbrividivo.

Lei era la sua migliore amica.

Facemmo il resto del percorso una accanto all’altra. Ogni tanto sospiravo qualcosa di inudibile. Sorridevo, sempre. Fabio l’aveva chiamata, le si era avvicinato, mi aveva guardato. Io avevo i piedi gelati, le guance bollenti. Lui aveva detto qualcosa che l’aveva fatta ridere, io avevo stirato gli angoli della bocca, e pensato: digli qualcosa di divertente, ti prego, parla. Ma lui era già corso dagli altri, più avanti, davanti a tutti. Arrivammo alla radura che era mezzogiorno, mettemmo le vecchie coperte a terra e tirammo fuori dagli zaini le cose che avevamo preparato: il pane fatto in casa, il formaggio di capra tagliato con un coltello a serramanico multiuso, e l’insalata con il melograno e le noci. Io slacciai la giacca dalla vita e la buttai a terra, tolsi il maglione e mi distesi, i capelli nell’erba e le braccia aperte ad angelo. Guardavo la luce attraversare le foglie, annusavo l’aria, la terra, accarezzavo l’erba, con le unghie facevo solchi.

Il sole mi scaldava, era il primo dicembre, io avevo addosso una maglietta bianca, gli occhi chiusi, foglie tutt’intorno.

Sentii la sua voce in lontananza, sentii avvicinarsi un passo, poi un altro e un altro ancora, mi passò accanto e mi sembrò di sentire: “sei bella”.

Non gli chiesi mai se avessi sognato.

©Serena Cavallini

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