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[Racconto inedito] Polpette.

Chiara Pesenti (Busto Arsizio, 8 marzo ’70) ha scritto un racconto per il concorso shottini. Per questo racconto è successa una cosa curiosa: è arrivata al ballottaggio con altri testi – evidente: aveva lo stesso numero di voti -, ha perso, e le ho scritto che aveva perso perché quello non era un racconto da centocinquanta parole.

Lo ha così lavorato diverse volte durante l’estate, con un’attenzione esemplare; e, ecco, a volte premi dei racconti e ne bocci altri, ma non è che quelli che bocci sono necessariamente più brutti: anzi, magari avevano solo bisogno di altro respiro.

Come questo Polpette, seicentonovantasette parole che vi invito a leggere; e che, proprio come le polpette vere, avevano bisogno di un po’ più di tempo.

Con il Penelope Story Lab Chiara ha seguito il corso sulla costruzione della trama e il corso intensivo di scrittura; ogni martedì e giovedì è tra noi al risveglio mattutino del Pen up!

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Quando mamma morì abitavo in un’altra città da vent’anni; da quasi sei non ci vedevamo, da quando era morto papà. Allora ce l’avevo fatta ad arrivare in tempo per salutarlo. Nei giorni seguenti mi ero fermato solo per il funerale e per sbrigare alcune formalità, e per tutto il tempo non avevo pensato ad altro che al momento in cui sarei potuto tornare di nuovo a casa mia.

Quando ci salutammo, con un bacio sulla guancia che non mi era parso molto diverso da quello che avevo dato a papà prima che lo chiudessero nella bara, sapevamo entrambi che non sarei tornato se non, forse, per vegliare i suoi ultimi momenti, ma non ho fatto in tempo: la morte non sempre ha l’accortezza di avvisare del suo arrivo.

Mamma non l’ho vista in un letto stropicciato; la ricordo in piedi, in cucina, dove si rifugiava tutte le volte che voleva stare sola. Da bambino mi sporgevo dallo stipite della porta e restavo a guardarla in controluce; mi sembrava una figura astratta, inafferrabile come il vapore che saliva dalle pentole e la avvolgeva tutta, confondendone i contorni.

Più che la sua voce, ricordo i suoni che accompagnavano i suoi gesti: il tamburellare secco della mezzaluna sul tagliere, lo scrosciare dell’acqua nel lavello, il tonfo dell’impasto lanciato con forza sulla spianatoia che, nell’impatto, rimbombava.

Mentre aprivo armadietti e accatastavo scatoloni con le cose da dar via, sentivo ancora l’odore del sugo che impregnava il legno delle antine, e il rumore del cucchiaio che urtava le pareti della pentola, girando.

Vedevo mia madre modellare la carne tritata, le spezie, il prezzemolo e la provola in piccole sfere rotonde, tutte uguali, e versarci sopra il sugo, dopo averle fritte nell’olio bollente; riuscivo a sentirne il sapore, ma i miei occhi restavano asciutti.

L’alfabeto delle lacrime si impara in casa, da bambini, ma lei non me lo ha insegnato, forse perché non lo conosceva. In ogni caso, ormai era troppo tardi.

Negli ultimi sei anni ci sentivamo solo per telefono: a Natale, a Pasqua e per i rispettivi compleanni. Scambi brevi, privi di qualsiasi intimità, che mi lasciavano sempre la sensazione di aver parlato con un fantasma. Forse perché, per me, lei era morta da tanto tempo. Da quel giorno in cui mi disse che si vergognava di me, dopo che le avevo detto di Bruno, e mentre lo diceva non mi guardava, e continuava ad affettare le cipolle, calando il coltello sul tagliere.

Non disse nient’altro, e durante la cena ricordo che parlai con papà dell’appartamento che avevo appena preso in affitto a Bologna. Con un caro amico, dissi. Lui era abituato alle mie reticenze e ai silenzi di mia madre, e non fece caso al fatto che non dicesse nulla.

Finché papà era vivo, tornavo abbastanza spesso a casa; seduto al tavolo della cucina gli raccontavo del mio lavoro, di quello che facevo nel tempo libero in quella città meravigliosa. Mia madre ascoltava mentre, girata di spalle, controllava che le polpette non si attaccassero alla pentola.

Non parlammo mai più di quello che ci eravamo detti quel giorno.

Mentre finivo di svuotare gli armadi con i suoi vestiti e i pochi di papà che lei aveva voluto conservare, pensavo all’ultima volta che mi ero seduto a tavola con i miei. Anche allora mia madre aveva cucinato le polpette.

«Ormai le prepara solo quando vieni tu» mi aveva sussurrato papà, addentandone una.

A sera, sfinito, ammucchiai gli scatoloni all’ingresso, perché  l’indomani gli uomini dell’impresa di traslochi li potessero caricare; telefonai a Bruno, solo per sentire la sua voce, poi chiusi la casa e andai a cenare in una trattoria lì vicino: uno di quei locali dove si fermano a mangiare i camionisti, con le tovaglie a quadretti rossi e i vasetti coi fiori di plastica un po’ sbiaditi e coperti da un sottile strato di polvere, al centro dei tavoli.

Non c’ero mai stato; probabilmente aveva aperto quando ero già via.

Al cameriere che si era avvicinato per prendere l’ordinazione chiesi quale fosse il piatto del giorno.

«Polpette» , disse, voltandosi a indicare la lavagna nera alle sue spalle, sulla quale qualcuno aveva scritto il menù in stampatello; finalmente riuscii a piangere.

@Chiara Pesenti

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