Questo di Giovanna Cinieri è il secondo racconto del secondo numero della rivista Corna.
Nelle bozze ci aveva parlato del suo tentativo di fare una sorta di saggio, un qualcosa che avesse una forma diversa e che raccontasse nello specifico due libri: It e Amorino.
Ma credo che ogni narrazione degna di questo nome sia una forma di cronistoria di un fallimento, o quantomeno, così è come intendo io lo scrivere; scrivere in cui un intento viene scavallato da un intento superiore o diverso, o con un fuoco altro. E questo fallimento, in Ritornerai, si è arcuato in due narrazioni alternative, che s’intersecano alla lettura di quei due libri: una che parla di libri e furti, e di ciò che accade quando il campo dell’amore diventa un campo di contesa; una che parla di un rifiuto che in realtà è amore.
Cos’è alla fine questo racconto, quindi? Una storia d’amore, o di quanto possa essere faticoso amare? Mi viene da dire: è ciò che intendiamo con un racconto, senza, alle volte, sapergli dare un nome.
Buona lettura.
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La prima cosa che fai è immaginare.
La seconda è rimaneggiare i ricordi.
La terza tieni in piedi, poi distruggi, rifiuti, ti neghi, poi inizi a scrivere.
Hai iniziato a ragionare a partire da uno spazio: una città, Derry.
Quando tuo fratello finiva di leggere uno dei libri di King, tu glielo prendevi e te lo portavi in camera, chiudevi la porta, eri piccola e la prima cosa che cercavi fra le sue pagine era il sesso. King era un maestro nel mostrare come la gente scopava, anzi, faceva di meglio: mostrava a cosa la gente pensava mentre scopava. Non riuscivi a capire come gli organi sessuali entrassero in relazione fra loro, però vedevi quello che i suoi personaggi mettevano in scena. Chiudevi il libro, le mani tese con dentro tutte le piccole ossa che facevano male per la tensione. A Derry ci andavi col biglietto già pagato.
Però era sera, c’era freddo e il tuo letto aveva coperte, questo lo hai pensato molte volte, tanto che non le puoi più contare.
Non dimentichi che le parole hanno un linguaggio segreto: nascono precise e si diradano, credi ti definiscano ma crescono e ti smantellano. Oggi hai letto queste: un fulmine di sangue.
Il capitolo Il primo interludio di It chiede: Può un’intera città essere posseduta? E poi King dice che se leggi haunt come sostantivo, può anche significare luogo in cui si cibano gli animali. Segue un piccolo elenco di animali feroci, animali anche umani: che cosa si ciba a Derry? Cosa si ciba di Derry?
A settembre hai riaperto il libro, pagine a caso: hai visto l’immagine di uno stomaco dall’interno, lì disseminate le case. Ma adesso siamo a marzo, nella playlist di questo mese hai messo Ornella Vanoni digiuna all’appuntamento amore fai presto io non resisto, Bruno Lauzi digiuno nell’attesa, ritornerai e scoprirai che nulla è cambiato. Tua madre che da dietro la porta del bagno, mentre ti fai la doccia, ti ringrazia per la musica come se l’avessi composta tu, tua madre a casa con te, tua madre in tutte le case che dice: sai, c’è una ragione di più, e la sua voce arriva come un’eco dopo quella di Ornella, dopo la tua, il suono che fa l’acqua che scende nello scarico del lavandino.
Sei ragazzina e tuo padre ti ruba i libri che tu ti compri, hai preso una versione economica di Delitto e Castigo, hai iniziato a leggerlo e poi è finito sul comodino della camera da letto dei tuoi genitori, poco male, non stavi capendo il punto. Ma la sera a letto senza leggere non ci sai stare, allora rubi tu i libri a tuo padre: leggi Diario di un vecchio pazzo, La talpa, La noia, tuo padre ti ruba poi Faust, Il maestro e Margherita, Paradiso perduto, tu gli rubi L’insostenibile leggerezza dell’essere, compri tutto di Kundera, poi torna a te Delitto e Castigo, sta sul tuo comodino poche ore: lo leggi perché ora vedi, è un’intera città illuminata di notte, compri tutto dei russi, ritorni ai francesi, ti innamori di Duras, la chiami il Regno. Già da anni scrivi, ma non ha un nome questa cosa che fai, non dici Io scrivo, non lo dici a nessuno, anche perché secondo te sei una costruttrice, non puoi lasciare che ciò che abiti sia solo la realtà, ne costruisci un’altra proprio lì accanto, ma ora davanti al Regno Duras vorresti che le tue costruzioni avessero dentro quella voce: vorresti sentire quella voce nei corridoi. Ti accorgi che in ciò che scrivi non c’è nessuno. Ti fa sempre male lo stomaco.
La quarta cosa che fai è chiederti: chi c’è in ciò che ho scritto, chi c’è nel corridoio a leggere.
In un quadro incontrerai il nome di Margarete, è Kiefer che ti fa conoscere Célan:
noi beviamo e beviamo
Nella casa vive un uomo che gioca con le serpi che scrive
che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith.
Ti dici che conosci loro due anche se non sai chi siano.
Hai meno di dieci anni, casa tua è un posto con le lampadine fulminate e i vetri rotti e tu le vuoi bene, non sogni di essere altrove, non vuoi un altro posto dove avere una camera tua: hai iniziato a costruire dentro quella casa, che ne contiene un’altra, e poi un’altra ancora più piccola, e un vaso di terracotta con dentro della terra e una pianta e sotto le foglie hai costruito un’altra casa e lì dentro sei andata ad abitare. Sei piccola come un insetto, hai un tavolo di pietra e un letto di legnetti. Di pomeriggio ti metti accanto a tua madre e le racconti nei dettagli la vita che è possibile venga spazzata via da un filo di vento.
Quando Isabella Santacroce si presenta fra gli abitanti di Minster Lovell, nello stesso spazio letterario di Annetta e Albertina, si prende una stanza alla Old Swan: tu tieni in mano il suo romanzo Amorino, dove Annetta e Albertina per cena servono carne umana, tu seduta a tavola con loro divori e assimili.
La quinta cosa è ricordarti che conosci cose che hai dimenticato. Questo lo fai per istinto, e i versi
i tuoi capelli d’oro Margarete / i tuoi capelli di cenere Sulamith,
li ripeti a mente molte volte nel corso degli anni, lo fai ancora oggi, non sai perché, non ne hai più memoria. Ma nessuno ti domanderà di loro e tu te la caverai, anche stavolta te la caverai.
Non è vero che alla tua casa le vuoi bene, e certo che hai sognato di essere altrove, poi anni dopo sarai altrove e sognerai la tua casa, che ha dentro un’altra casa, e tu non ti farai conoscere perché significherebbe distruggere ciò che hai costruito.
Nella playlist di questo mese anche: Anna Oxa, la sua incoscienza che svanisce e come un viaggio nella notte finisce, Luigi Tenco che chiede di non essere guardato con quella tenerezza, come fosse un bambino che ritorna deluso. Ancora un altro Vedrai di Tenco e desidererai non ascoltare più questa voce che ti arriva
qui nel corridoio come vuota.
La sesta cosa che fai è questa: non ti fiderai di chi non teme le cose che potrebbe dire.
Hai quarant’anni e tuo padre si presenta dove lavori. Ti dice che ti aspetta ogni giorno. Tu non lo vedi da anni, non parli con lui da anni. Ti dice, dato che non gli rispondi, che ha trovato i tuoi quaderni, e che ogni sera li legge, e così è come se fosse in tua compagnia.
I tuoi quaderni sono: tantissimi quaderni. Hai scritto ogni giorno sui fogli, hai scritto diari, racconti, non sai quanti siano, i decenni in cui sei cresciuta costruendo. Hai fatto tetti, pareti, finestre che si chiudessero, erano tutte storie: te ne vergogni come se qualcuno ti avesse sorpresa a mangiare di nascosto le polpette fritte che aveva cucinato mamma.
Una volta le hai rubate. Ma non le hai mangiate. Le hai messe in una valigetta di cartone, sopra l’armadio, e poi te ne sei dimenticata. Quando tua madre se ne è accorta, dalla valigetta un pugno di vermi si è aperto, e sono rotolati tutti fuori come biglie.
La settima cosa non c’è, si interscambia con altre, ha a che fare col fatto che prima dei vent’anni ti hanno trovato tre pietre dure nella bocca dello stomaco. Ti hanno operata d’urgenza e tuo padre ha conservato quelle pietre sul comodino, insieme ai libri rubati. Il medico ti ha detto che sarebbe arrivato un giorno in cui non avresti più potuto mangiare cose pesanti, cose elaborate, cose fritte, cose come un panzerotto.
La spiaggia è davvero grande: te ne accorgi dal fatto che tutte quelle persone sudate che barcollano, ballano, stanno ferme, sedute sui teli a gambe incrociate non la occupano davvero. È così grande che tutte quelle persone sembra mangiarsele, e poi sputarle nel primo metro di spuma del mare, che le trascina e poi le riporta: così si sente Cosimo con Anna. Lei che se lo mangia e lui che risale la risacca per dirle qualcosa direttamente in gola, dirle qualcosa dalla propria bocca direttamente nella sua.
La vede vicina al fuoco accanto a cui ha posato la cassa di birre Raffo, non sta né in piedi né seduta, più forte di tutto è il fatto che lei sia semplicemente presente nel suo abito bianco, coi capelli sciolti, gli occhi da pazza in mezzo alle persone con camice a quadri, bermuda neri, copricostumi fiorati, jeans arrotolati alla caviglie. Cosimo vede Rita con la coda di cavallo e Luciano col panzerotto da cui cola la mozzarella, Teresa che fruga nel suo zaino di tela verde e Letizia che corre in mutande verso l’acqua: una scia verticale che taglia il panorama.
In quel momento potesse fermarsi lo farebbe: ma non può. È urgente portare un panzerotto ad Anna, ora che dalla carta forno si alza tutto il fumo dei panzerotti appena arrivati in spiaggia, ora che la salsa scende dai bordi e la gente si ustiona, lui deve portare un panzerotto ad Anna. Smette di restare immobile a volerlo e sulla sabbia compaiono le orme dei suoi piedi, va verso Fabrizio, paga la moneta di un euro, prende in mano il panzerotto caldo, poi si piega e ruba altra carta dal vassoio e la aggiunge a quella che ha in mano.
Così lei non si brucia.
Prosegue in quella direzione, quell’unica che ora appare: dove Anna mica lo sa che sta aspettando. La raggiunge alle spalle, le dice qualcosa sui pesci luminosi, lei si gira e gli sorride, il sorriso tira sulla sua faccia come un atto ingovernabile, nessun controllo su di esso. Cosimo le offre il panzerotto porgendolo come fosse cosa di sempre, come se sempre a mangiare panzerotti stessero loro due, e lei questo fatto non ha bisogno di notarlo, ora sta pensando ai pesci luminosi. A Cosimo gli chiede se mai li ha visti.
Dà un primo morso al panzerotto, è troppo caldo, gli dice. Lui ci soffia sopra. Assaggialo, è buono, gli dice. Lui tira un morso alla pasta morbida. Intanto tantissime stelle penzolano, tantissima mozzarella che si allunga sui bordi, tantissimi bambini che corrono vicini ai fuochi, uno dietro l’altro, pure tantissimi cani sporchi di sabbia attaccata al culo, sia ai cani che ai bambini, e Anna si avvicina alla faccia di Cosimo, una nuova impronta compare fra i loro piedi e il fragore del mare la notte e tutto il resto, il resto delle monete nella tasca di Cosimo che ha pagato le birre e il panzerotto, e poi lo scricchiolio del legno che brucia e altro di innominabile e Anna che dice mi hai proprio rotto il cazzo che mi porti da mangiare. Allora fa questa cosa un po’ irrispettosa di mettere via il panzerotto come fosse scarto, quasi lo getta facendolo cadere sul telo lì vicino, scompaiono le orme sulla sabbia fra di loro, poi si riavvicina a lui e di nuovo due orme fra i corpi,
lei che gli prende il viso fra le mani.
Poi la storia sempre quella come nei secoli dei secoli delle bocche
quando l’una dice
qualcosa
all’altra
direttamente da dentro.
© Giovanna Cinieri
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