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PENELOPE STORY LAB
Scuola di scrittura

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Uno sguardo a Alla linea, romanzo di Joseph Ponthus.

Cos’è Alla linea?

Un romanzo, un memoir, o forse – e qui la cosa prende la mia attenzione – un tentativo di capire perché?

Prendo la descrizione del titolo direttamente dal sito Bompiani.

A salvarlo è il fatto di avere una vita parallela, interiore, animata dai grandi autori latini, dalle canzoni di Trenet, dai romanzi di Dumas. È la sua vittoria precaria sull’alienazione del lavoro ripetitivo, una vittoria nutrita anche dalla gioia delle domeniche, dall’affetto per un cane, dall’amore per una donna, dall’odore del mare.
La scrittura in versi liberi, sospesa e concitata al tempo stesso, asseconda il ritmo della fabbrica che è la colonna sonora di questo poema del contemporaneo, questa Odissea in cui Ulisse combatte contro i suoi ciclopi: i frutti di mare da spalare e le carcasse dei manzi.

L’ho tenuto tutto perché, come spesso accade per le schede libro, sono così precise nella loro visione; e così imprecise alla fine della lettura.

Il libro non riporta solo le canzoni di Trenet e i libri di Dumas, ma le parole di Marx e diversi, diversi riferimenti ad Apollinaire. L’uomo non ama le domeniche; l’uomo soprattutto si chiede se sia ancora uomo, alla fine di una giornata di fatica ultra-umana e di spersonalizzazione; e – in uno dei brani migliori del libro – cosa accade alla sua scrittura. Continuo a scrivermi in testa, si dice, durante il lavoro; e tutti i brani sono perfetti, come nel passaggio che amo di Hrabal,

basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli

o anche nelle parole di Bonanza in Radiofreccia,

le vite dei film sono perfette, belle o brutte ma perfette;

ma poi spariscono appena torno a casa.

Per forza, penso io: il lavoro è alienazione, o sa esserlo, alienazione. È un “Io non so come stare, non so cosa fare”. È l’incontro col brutto, o sa esserlo, incontro col brutto, con la miseria, la sopraffazione, l’ignoranza, il becero – insomma, col lato oscuro; e la poesia nasce dal lato oscuro. Non mi piace la frase “Dal letame nascono i fior”; ma senza la guerra, diciamocelo, la poesia di Ungaretti sarebbe poca cosa. Devono smetterla a scuola di dire che la poesia è bella: la poesia è la reazione, la poesia è rivoluzione, e questo libro ne è la prova.

Non sono normalmente un amante della nuova forma del romanzo – sono un amante delle forme nascoste del romanzo, questo sì. Ma qui la forma è potente: la versificazione, lungi dall’essere assimilabile alla poesia, ricalca i tempi della linea di montaggio, come in Chaplin, vite-pausa, vite-pausa, vite-pausa, in cui ogni azione soggiace a un tempo, un ritmo, e i pensieri ne risultano smontati in una frenesia stroboscopica.

Allora sì, i versi diventano versi – letteralmente: versi degli animali tritati e maciullati, come qui:

Possano pesci e gamberetti esser le mie pietre.

Il libro mi ha ricordato un altro libro letto quest’estate, Le rap les coups di Thomas Morfin – anche qui, romanzo-memoriale sul rap in Francia, raccontato da chi è stato ossessionato dai coups, il beat. Entrambi i libri hanno una violenta scrittura sociale da cui nasce l’individuo, prima reso maceria, poi rinato; e in questa rinascita sta la poesia della madre del narratore che gli fa trovare cinquanta euro perché non faccia gli straordinari, sta la sorpresa del fuori fabbrica al mattino, l’amore per il rito cigarette-café; ci sta la rabbia nei confronti dei commerciali, ci sta lo sforzo dell’ultimo peso, e poi l’ultimo, e poi l’ultimo.

Ho letto Alla linea dal 16 al 19 gennaio 2023.

Ivano Porpora.

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Un libro di Joseph Pontus, pubblicato da Bompiani. 256 pagg., trad. di Ileana Zagaglia.

ESERCIZIO DI SCRITTURA.

Il tuo protagonista esce di nascosto dalla fabbrica, di notte, per andare al bar di fronte a prendersi un caffè caldo. Chi incontra? Si parlano? Racconta tutto in un testo di trecento parole, senza emozioni espresse e pensieri espressi. Se vuoi l’aggiunta di difficoltà, scrivi tutto in versi (senza rime, ovvio).

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