PENELOPE STORY LAB
Scuola di scrittura

Uno sguardo a Scusate il ritardo (1983), regia di Massimo Troisi.

Nel corso Pratiche di scrittura creativa, ormai in dirittura d’arrivo, stiamo trattando la scrittura come un tutto organico.

Ogni storia, cioè, non vive di un solo aspetto né prospera su un solo aspetto, ma – se ben concepita – vive di almeno sei aspetti: il tono di voce, la trama, il conflitto, i personaggi, il dialogo e l’ambiente.

L’altro giorno, sul mio blog personale, ho parlato di riscrittura di una scena d’amore – potete recuperare il testo qui -; oggi vi voglio parlare di una sola scena, della durata di circa 10’30”, che ci serve per inquadrare esattamente cosa intenda per organicità.

La scena è quella iniziale di Scusate il ritardo, con Massimo Troisi regista e interprete.

Qui trovate la scheda sull’Imdb.

Possiamo ragionevolmente dire che sia una commedia amorosa. Vincenzo, dice la sua prima caratterizzazione, è un trentenne apatico che non ha voglia di lavorare e che vive coi genitori. Quella di non aver voglia di lavorare è quella che chiamo una caratteristica, perché non inciderà sull’esito finale – ossia: Vincenzo non dovrà superare questo problema per arrivare al suo desiderio finale. Invece, è l’apatico che verrà toccato, e che quindi è il problema della storia: non a caso, l’ultimo verbo che il protagonista userà sarà un imperativo, Resta.

Andiamo a vedere la scena, e vediamo come si sviluppi idealmente intorno a quattro dialoghi.

Il contesto è quello di una visita al defunto: siamo in procinto di fare un funerale, e molte persone si sono recate in questa casa napoletana a fare le condoglianze.

Partenza, musica – il tema introduttivo è di Antonio Sinagra -, e le prime immagini, apparentemente neutre, servono per creare il contesto. Se non mi inserite un contesto in scrittura, non mi state chiamando dentro casa vostra; non mi state dicendo dove si svolge la cosa, chi c’è e chi non c’è, qual è il frame – il [frame] non è il fotogramma, ma, diciamo, il contesto comunicativo e di senso nel quale si svolge la situazione che abbiamo creato -, e tutto ciò che possiamo notare coscientemente o registrare inconsciamente.

Per esempio: lì capiamo rapidamente, dai movimenti di camera, che la casa non è pretenziosa ma è stata allestita per una occasione speciale – il saluto al caro estinto.

Queste sono le cose che non vanno dette, ma raccontate.

Al minuto 00’26” compare la madre, che ancora non sappiamo essere la madre, ma accettiamo l’informazione mancante perché stiamo ancora scommettendo sulla narrazione: ossia, diciamo: Va bene, accetto di non sapere chi sei, sia perché sono appena entrato e ho pagato il biglietto, sia perché mi stai già dicendo qualcosa. Che cosa? La madre sta cercando evidentemente qualcuno. E questa è una promessa: ossia, che qualcosa in questa ricerca accadrà.

Dieci secondi dopo, entrano in scena la sorella di Troisi/Vincenzo, ossia Lina Polito/Patrizia – non sappiamo nemmeno qui che è la sorella, ma dal gesticolare della mamma capiamo che un legame c’è -, e Giuliana De Sio/Anna.

Ora, non posso attardarmi quanto vorrei – stiamo pensando di fare un video su questa porzione di storia, per registrare tutto quanto possiamo dire su questi minuti; e ne abbiamo parlato in maniera più estesa nella residenza appena finita con Alessandra Minervini -; ma alcuni aspetti li voglio sottolineare.

Il primo. 

Dopo questa fase di introduzione, che chiameremo appunto creazione del contesto, arriviamo al minuto 1’16”, in cui si registra il primo dialogo a due di questa serie (qui lo trovate su facebook). Si svolge tra Vincenzo e la madre; setta subito – si fa subito! Si setta subito il tema – della storia, ossia l’indolenza del personaggio interpretato da Troisi, che esordisce con un conflitto situazionale (la zip, mostra il rapporto ancora bambinesco con la madre; e la zip tornerà, con tutt’altro valore, al minuto 35’38” nella scena della spiaggia) e poi con la battuta (la scrivo in italiano):

V: “Guarda qua, che pancia mi sta venendo”.

La madre porta avanti il fatto che sia preoccupazione; e che i pensieri vengono a chi non ha lavoro. Quindi, si setta anche la caratteristica di Vincenzo – la non voglia di lavorare – e il problema – l’apatia.

Il secondo.

Nel secondo momento, Vincenzo si confronta con la sorella riguardo ad Anna. Lì, la battuta che vi faccio notare è quella dell’uomo che si presenta ad Anna. È sicuro di sé, le stringe la mano, indossa giacca e cravatta come Vincenzo ma non abbiamo dubbi sul fatto che non si sia fatto aiutare dalla madre a tirar su la zip dei pantaloni. Le dice:

G: “Sono Giorgio, il marito di Patrizia. Se serve qualcosa…”,

e le stringe la mano. La dizione è limpida, pulita, i gesti sicuri. Questo personaggio potrebbe sembrare inutile; ma setta un paragone. Noi lo vediamo e lo sentiamo; e subito dopo vediamo Troisi biascicare, coprendosi anche la bocca,

V: “Chi è quella ragazza che sta di fianco a te?”

Giorgio è sicuro; Vincenzo in questo modo diventa ancora più insicuro.

Il terzo momento è l’intervento di Lello Arena, Tonino – dal minuto 5’24”.



Cammina tenendosi alle cose, per la disperazione. Lo vediamo fino al minuto 7’50” circa. Faccio notare una cosa del dialogo, che io normalmente odio ma qui è perfetta: il ping pong.

Le persone non si chiamano per nome, se non in rari casi, perché il nome lo sanno.

Non hanno senso dialoghi in cui ci si chiami continuamente per nome. Se volete trovare il modo di far capire chi sia il parlante, rimboccatevi le maniche e pensate a come farlo capire. Quello è un modo per pigri.

Eppure, qui Vincenzo e Tonino si dicono continuamente Vincé e Tunì. Perché? Perché ci si chiama per nome in rari casi: per attirare l’attenzione, per sgridare, per dire cose in contesti emotivi importanti. Qui Vincenzo sgrida Tonino e Tonino chiede l’aiuto supplichevole a Vincenzo; quindi il ping pong è perfetto.

T: “Vincé, però non fare come fai sempre, poi parliamo domani, parliamo domani… Io devo parlare oggi… Adesso!”

V: “Allora mò, Tonì?”

T: “No… Dopo, dopo”.

V: “E dopo, dopo… Io che ho detto, Tonì? Dopo. Quando se ne va la gente. Però dopo… Stasera!”

T: “Vincé, però…”.

Infine. Col breve intermezzo dell’arrivo di Valeria, il dialogo che parte dal minuto 7’50” fino allo svenimento di Anna è un dialogo che parte triangolato, ossia contempla due persone che parlano con l’intervento diretto o indiretto della terza – per esempio: il dialogo di Ringo e Yolanda con la cameriera nella prima scena di Pulp Fiction -, e finisce col dialogo diretto tra Vincenzo e Anna.

In questo dialogo, Vincenzo ribalta completamente cose dette prima, a scopo seduttivo. Questo frame, quindi, è comico per il pubblico ma seduttivo per Vincenzo.

Questa scena è esemplare perché contiene idealmente quattro dialoghi inseriti in un contesto chiarissimo: contesto del funerale, dialogo Vincenzo/madre, dialogo Vincenzo/Patrizia, dialogo Vincenzo/Tonino, dialogo Vincenzo/Anna. In ognuno di questi dialoghi l’attitudine e il contesto emotivo di Vincenzo cambiano, i frame cambiano, ma il personaggio si chiarisce e la trama va avanti – Vincenzo promette a Tonino che parleranno, e parleranno; Anna sviene e viene soccorsa; si parla del fratello di Vincenzo e apparirà; eccetera.

Una scena ha diversi motivi di essere; questa li racchiude tutti.

E ovviamente, in ricordo di Troisi, qua scatta il re-esercizio, lo trovate poco sotto.

Ivano Porpora

Visto su Infinity il 14/02/23.

Scusate il ritardo. Regia di Massimo Troisi, sceneggiatura di Massimo Troisi e Anna Pavignano. Con Massimo Troisi, Giuliana De Sio, Lello Arena, Lina Polito, Francesco Acampora, Olimpia Di Maio. Genere Commedia – Italia, 1983, durata 112 minuti.

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ESERCIZIO DI SCRITTURA.

Il tuo protagonista si trova a parlare con tre persone. Ha un’intenzione nei confronti della seconda; quindi parla di qualcosa finché c’è la terza, poi approfitta del fatto che la terza se ne va per parlare con un altro tono.

Sviluppa il dialogo in dieci più dieci battute.

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