Ninfea (beaux jours), di Raffaella Bersani.

Il racconto Ninfea (beaux jours), di Raffaella Bersani, è arrivato terzo al concorso Tracce, categoria C (30+).

Poche parole, abbiamo, se non quelle che servono per dire che questo racconto sono frasi forti – ne abbiamo scelte alcune: Ero obbligata a vivere nel ghiaccio, per esempio, o la splendida frase finale – al servizio di una storia forte, scritta con delicatezza.

Brava, Raffaella. Ottimo lavoro davvero.

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CLASSIFICA FINALE DELLA CATEGORIA C, CONCORSO TRACCE.
1. La bestia, di Ada Birri Alunno
2. Il bambino nella bolla, di Ilaria Celasco
3. Ninfea (beaux jours), di Raffaella Bersani

Avevo nove anni quando è entrato nella mia vita.
Mia mamma era riuscita ad averlo, nonostante tutte le donne che gli ronzavano attorno.
L’ho amato da subito.
Passavo delle ore dietro la sua schiena, guardavo la sua mano intingere il pennello nei colori sulla tavolozza, poi sentivo il suono ipnotico del pennello sulla tela, e di nuovo il pennello spostarsi verso di lui, strusciare su un panno, pulirsi, riassorbere un colore, dare tocchi nuovi sulla tela, fino alla nascita di un mondo così poetico e colorato.
Un giorno che non speravo più mi ha chiesto di mettermi davanti a lui.
Mi ha fatto sedere su uno sgabello, e mi ha fatto un ritratto ad acquerello.
È finito su una scatola di cioccolatini in Inghilterra.
Da allora siamo diventati complici.
Ogni scatola venduta erano cinquanta lire.
Non erano tante, ma era il piacere di sapermi guardata da tutta l’Inghilterra, grazie a lui.
Così sono diventata il suo cioccolatino.
Al latte, con bagliori di cranberry.
Mia madre è partita in crociera, siamo rimasti soli.
Ero la sua modella, la sua musa.
Un giorno mi ha voluto dipingere nuda, in piedi, con un piede appoggiato al bordo della vasca da bagno.
Uno schizzo con una matita sanguigna.
Avevo dodici anni.
Dopo pochi minuti si è fermato, ha mormorato qualcosa, e la sanguigna è caduta a terra.
Si è avvicinato, sussurrandomi di essere la sua Venere, e di avere visto una conchiglia con dentro una perla fra le mie cosce.
Si è abbassato, ha appoggiato le sue labbra ed è andato, in apnea, a cercare la perla.
Ho perso l’equilibrio, lui mi ha sollevato e portato sul letto dove dormiva con mamma.
Sono in piedi, a fianco del suo corpo disteso, vestito a festa, e mi ricordo con precisione quella prima volta, seguo passo dopo passo la sua accuratissima trama, risento sul mio corpo la sua passione smodata, il metodico accanimento, la sua insaziabilità.
Come allora, tremo dal caldo, il sudore mi bagna il corpo, ho le orecchie infuocate, piene di api, al ricordo del suo corpo grande e cieco che mi sventra, mi deruba, mi toglie le viscere con quelle dita lunghe e secche.
È arrivata la vergogna, e quel senso di colpa che da allora non mi sono più levata di dosso.
Dover camminare rasentando i muri per non essere guardata, che nessuno veda che un corpo senza anima si aggira per le strade, un corpo impudico, peccatore.
Come avevo potuto fargli credere che era quell’orrore, che volevo?
Di quelle mani su di me, ne ero certa, si sarebbero visti i segni per sempre, tatuati.
Mi lavavo, passavo delle ore nella vasca da bagno.
Non uscivo mai pulita dall’acqua.
Il suo sguardo mi seguiva, mi scrutava, mi spogliava, mi voleva e mi rivoleva.
Io tacevo, lasciavo fare.
Una volta, due, dieci, cosa poteva cambiare ormai?
Era bastata una, per rendermi statua.
Lui mi immobilizzava in un angolo, mi sussurrava all’orecchio, le sue parole erano cera di candela che mi colava addosso, dovevo aspettare che si raffreddasse per toglierla, con la punta delle unghie.
A caldo era impossibile.
Ero obbligata a vivere nel ghiaccio.
Ho poi scoperto che anche solo vivere nell’acqua poteva bastare.
Nuotare, con la testa e le orecchie a pelo dell’acqua, per non sentire più nessun suono, a parte quello del mio respiro.
Nuotare fino a sentire il sapore del sangue in bocca, la fatica nelle membra, e sulla pelle soltanto più l’odore del cloro.
Lui ogni tanto veniva ad assistere alle mie gare, si sedeva sulle scalinate, discreto, ben vestito, gli occhi puntati su di me, orgoglioso.
Senza bisogno di guardare sapevo che era lì, e vincevo.
Con questo affanno sono cominciate le prime competizioni, regionali, nazionali, mondiali.
Avevo trovato la via di fuga.
Ma ogni tanto dovevo pur tornare, e lui era lì, che mi aspettava.
Mi bastava un suo sguardo, il suo sorriso beffardo, per farmi sentire il terremoto sotto i piedi, fino a perdere l’equilibrio, cadere a terra.
Non ho mai trovato pace, mai casa.
Mai un uomo.
O sempre e solo lui, nascosto sotto un altro corpo, un altro viso.
Ho cercato più volte di alzare la testa nell’atto di rinascere, ma non ci sono mai riuscita, la testa bloccata, scoprendo ogni volta di avere ancora il giogo attorno al collo, di non potermi muovere; allora mi sono esiliata dalla vita.
Adesso qui, in piedi davanti al suo corpo inerme, così umano finalmente, mi chiedo come io possa avere avuto così tanta paura per così tanto tempo.
Famigliari, amici e conoscenti gli hanno dato l’ultimo saluto, si può mettere il coperchio sulla bara.
Coloro che lo desiderano accompagneranno il carro funebre al cimitero.
Io sono fra coloro che ne hanno l’obbligo, e lo desidero.
Alla fine del suo discorso, il prete chiede se qualcuno voglia aggiungere qualcosa prima che si getti la prima manciata di terra.
Faccio un passo avanti, mia madre ha un sussulto, come se temesse qualcosa, come sapesse, come ho sempre creduto sapesse e fosse complice.
Recito con voce impastata una poesia di Neruda.
“È una casa così grande l’assenza che entrerai in essa attraverso i muri e appenderai i quadri alle pareti”.
Una poesia des beaux jours.
Penso che oggi andrò in piscina, nella vasca piccola, e mi metterò braccia e gambe aperte, a stella, e mi lascerò cullare dall’acqua, senza fretta.
Quando tutto finisce, e il rumore dei passi sul selciato di ghiaia si dissolve, mi abbasso per guardare le mie belle scarpe di vernice rossa, piene di polvere.
E lui da sotto la terra mi rende la vita.

Raffaella Bersani

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