Il profumo del glicine, di Maria Carla Colombi.
Il racconto Il profumo del glicine, di Maria Carla Colombi, è arrivato primo al concorso Tracce, categoria B (20-30).
Un racconto che inizia in un modo e finisce in un altro modo, che ristruttura e ritesse in meno di 1200 parole tutta la struttura narrativa, la credibilità, ma soprattutto l’empatia intorno al personaggio.
Un bell’esempio di sguardo e tecnica, quello di Maria Carla Colombi, che si aggiudica la sezione B con merito.
CLASSIFICA FINALE DELLA CATEGORIA B, CONCORSO TRACCE.
1. Il profumo del glicine, di Maria Carla Colombi
2. Simbionte, di Deborah Guarnieri
3. dbp, di Gianmarco Biemmi
Era stanca, aveva camminato troppo. Il caldo la intontiva, sentiva le gambe pesanti e la stampella non le dava alcun sollievo. L’aveva ritirata un mese prima nella farmacia all’angolo, guardando con sufficienza la ragazza bruna che sorrideva in modo insistente dietro la cassa, per farle capire che non aveva alcuna importanza per lei diventare vecchia e zoppa, e che sarebbe arrivato anche il suo turno, c’era poco da sghignazzare. Avanzando ancora con un paio di passi disordinati, cercò di orientarsi nel viale troppo largo, troppo alto, circondato da palazzi moderni che saettavano scintillanti verso il cielo, e sembravano far da muraglia a quel microcosmo inerme solo per cristallizzarlo e infrangerlo in centinaia di appartamenti, caselle di un gioco incomprensibile, celle di sicurezza in cui la gente sarebbe potuta diventare schizofrenica in pace.
Non ricordava. Possibile? Non riusciva a ricordarsi il portone. Si fermò, appoggiando a fatica un fianco sul muretto pieno di graffiti. Toccò con la mano libera la figura di un pellerossa armato di fucile per non pensare ai respiri troppo brevi che uscivano, come rantoli, dalla sua gola molle e gonfia. La pastiglia, pensò. L’aveva dimenticata. Masticò qualche borbottio duro, spezzato dai fremiti delle narici e delle labbra sottili. Le sopracciglia rade, aggrottate per lo sforzo, accentuavano l’aria granitica che aveva avuto fin da bambina: nelle foto di classe, di famiglia, nelle pochissime con le amiche, in quelle con lui, come se in ogni rapporto si celasse una regola non scritta, di cui lei sola era la custode consapevole, che la spingeva a privarsi di ogni felicità ma ad essere sempre responsabile di quella degli altri. Questa indifferenza ostentata si era sedimentata sul suo viso olivastro e lo rendeva ora troppo serio, distante.
Annaspando, provò a individuare qualcosa che le fosse familiare. Le case della via perpendicolare, pochi metri avanti, erano custodite da piccoli giardini disordinati e ombrosi; l’intonaco giallo leggermente scrostato le incastonava in un tempo e in uno spazio diversi da quelli in cui si era addentrata percorrendo il viale. Improvvisamente le parvero lontanissime, irraggiungibili. Quanto aveva desiderato un angolo con un piccolo tavolino bianco, qualche lillà, qualche iris, solo per sé? Vedeva i glicini sopra i cancelli ondeggiare piano, ma non sentiva il loro profumo. Ora, senza i ragazzi, senza fiori, tutto il vuoto della vecchia corte con cui era scesa a patti per decenni sembrava caderle addosso ogni mattina. Per esorcizzarlo usciva sul balcone, fissava la ringhiera arrugginita finché non diventava sfocata e le risate pulite dei bambini nel cortile scrosciavano nelle sue orecchie senza sembrarle più così ovattate. Collezionava come tesori quei momenti, insieme a qualche filmato che non riguardava mai e alle mollette sbiadite con cui ancora stendeva i panni. All’assenza del marito si era abituata mentre lui era ancora in vita. Se ripensava al giorno del funerale – lei vestita di nero, travolta dai raggi del sole, con l’impressione di fluttuare sopra l’erba secca del cimitero – le sembrava di aver pianto per formalità, per vedere se ancora ne era capace, mentre gettava una manciata di terra su tutte le donne sotto le quali era stata seppellita per anni.
– Le serve una mano?
Si voltò indietro. L’uomo aveva un viso familiare. Largo, diffidente. Fumava.
– Sto andando da mia figlia. La mia maggiore.
– E gli altri?
– L’altro chissà in che razza di angolo di mondo è. Questa si è sposata con un idiota. Ma è ciò che mi rimane.
Ciò che mi rimane di me. Ma per ogni lembo di se stessa che vedeva riflesso in quegli occhi incendiari, c’erano almeno tre angoli che non aveva mai saputo raggiungere, guardare, se non con malcelato disprezzo, con un’insofferenza distruttiva. E allora sbatteva i piatti e le ante in cucina e la umiliava per umiliarsi, e perché si umiliava. Voleva forse bruciare tutto, voltarsi come se non volesse avere più niente a cui tornare? L’aveva vista mandarsi in frantumi e ricomporsi in qualcosa di sconosciuto, levarsi di dosso i valori a cui lei si era incatenata ostinatamente, quasi fossero stati fastidiosi sassolini in un paio di scarpe nuove. Scarpe su cui camminava sbilenca, con cui avrebbe finito per farsi male, glielo diceva sempre. In fondo, l’avrebbe amata se fosse stata più malleabile, se non fosse stata la manifestazione evidente di ogni sua negazione. Perché non aveva rinunciato a se stessa, come lei aveva fatto tempo prima? Non sapeva che non c’era posto al mondo per la loro verità?
– La famiglia è la famiglia – continuò, dato che l’uomo non parlava, e intanto cresceva in lei l’impressione di essere stata tradita dalla vita. Qualcosa, lì nella corte, qualcosa come la corrente di un fiume, li aveva trascinati lontano l’uno dall’altra, e non avevano più avuto le forze per provare a tralasciare il dolore che si infliggevano ogni giorno e la vergogna dei brevi, sparsi attimi di tenerezza. Forse anche loro, in fondo, erano stati soli come la gente in quei palazzi. Anche loro avevano guardato, ogni sera, le luci di una città, con l’illusione di possederla tutta rimanendo dietro quel vetro, e poi avevano iniziato a desiderare di raderla al suolo, perché la sua infinita possibilità era diventata la loro prigione.
– La vado a trovare, ha bisogno di me. Col bambino.
– Ma lei, signora, le serve aiuto?
– No, sto bene. Avevo solo bisogno di fermarmi per un po’.
Si mosse in avanti, infastidita da quella domanda stupida, ma quando posò di nuovo lo sguardo sull’uomo quasi cadde in ginocchio. Scosse la testa, come incredula, davanti a una visione, poi la abbassò, frenetica, aggrappandosi al pellerossa. Tutto vorticava, ribellandosi ai suoi occhi, il cuore sembrava collassarle, incastrato nei polmoni. Vedeva scorrere inesorabile sotto di sé il pavimento in parquet, ma non era la sua casa, era un’altra casa, in cui era entrata solo una volta, e non era lei a camminare, erano altre gambe, che non avevano bisogno di stampelle. Ebbe un presentimento orribile. Qualcosa forse era successo, lì, sul marciapiede, sul parquet, nel cielo, qualcosa che aveva a che fare con la morte che aveva visto nel sorriso della cassiera della farmacia. Il balcone solitario stava lì, quattro piani più su. I fiori erano stati ritirati dai davanzali, il glicine pendeva immobile. Non riusciva a sentirne il profumo.
– Buona giornata – balbettò.
Se ne andò veloce, per scacciare quel brutto sogno, appoggiandosi sulla stampella con le
mani che tremavano. L’uomo scrutò la sagoma qualche istante, quasi fosse un fantasma di agosto, il prodotto allucinato del tremolio dell’asfalto bollente, poi rientrò nel tabacchi:
– È la terza volta. Cazzo, da manicomio.
Prese il telefono, abbandonato sul bancone.
– Cerca la figlia che è morta. Te lo dico io. Quella ragazza incinta che si è buttata da uno degli appartamenti qua sopra. Non vedi? Arriva in fondo alla via, torna indietro, poi la percorre di nuovo e si ferma qui davanti. È pazza. Ma non avrà nessuno che la controlla, che le sta dietro?
La moglie scosse la testa, come per dire: ecco cosa fa tutta questa solitudine. L’uomo
sospirò, come per dire: chissenefrega, e iniziò a comporre il numero.
– Tu ti impicci sempre. Ti impicci sempre di roba che non ti riguarda.
Maria Carla Colombi