Il ragazzo di sopra, di Gioele Tuveri.

Il racconto Il ragazzo di sopra, di Gioele Tuveri, è arrivato secondo al concorso Tracce, categoria A (under 20).

E Gioele è l’unica conferma del concorso: vinse l’anno scorso, si conferma nella terzina dei finalisti quest’anno con un nuovo racconto delicato, coinvolgente, ancora intessuto sulla relazione e sul primo incontro.

Sta crescendo, Gioele; e non parliamo solo d’età.

stampelle

CLASSIFICA FINALE DELLA CATEGORIA A, CONCORSO TRACCE.
1. Orbite diverse, di Flavio Felici
2. Il ragazzo di sopra di Gioele Tuveri
3. In vino veritas, di Lorenzo Guazzini

Mi sveglio. Deve essere mattina inoltrata. Nella camera entra una luce calda attraverso i fori della tapparella, quel che basta per illuminare il pavimento e tutte le scatole ammucchiate. L’aria è talmente ferma che si riesce a vedere la polvere fluttuare nei raggi di luce.
Io sono sdraiato nel letto, sempre nella stessa posizione, sempre guardando la stessa parte di soffitto, con quella piccola crepa quasi impercettibile, ma che io ormai conosco alla perfezione.
Abbasso lo sguardo verso l’armadio dall’altra parte della stanza, anch’esso sovrastato da scatoloni. Dato che io non mi alzo mai dal letto la mia camera è a disposizione per ogni tipo di evenienza, e ora è una specie di ripostiglio.
Noto solo adesso che sul tavolino alla mia destra è appoggiato il vassoio con la colazione; uno yogurt bianco con tre biscotti. È la porzione giusta, perché non muovendomi, non ho bisogno di troppe energie.
Comincio a sentire delle voci provenire dal soggiorno, e la porta che si apre. Entra mia mamma per prendere una borsa, deve avere molta fretta ma si ferma un attimo. Mi lancia uno sguardo e sorride, sembrerà un piccolezza ma per noi vale molto. I miei genitori vanno sempre di corsa, quindi non hanno mai tempo di portarmi fuori. Infatti la mia carrozzina, che era un regalo della nonna, è da mesi piegata in un angolo della mia camera.
Io invece di tempo ne ho fin troppo. Ho finito le cose da fare. Di fianco a me, dietro al tavolino con il vassoio del cibo, c’è una pila di libri che ho letto già due volte. Tutti libri bellissimi, che narrano vicende accadute in mondi lontani, avventure di eroi, imprese mitologiche o storie vere, racconti di guerra… Ma un filo conduttore tra questi testi c’è: sono tutti romanzi di avventura, i fatti narrati si svolgono all’aperto, sotto un cielo azzurro o stellato, perché è proprio quello che sogno io, da due anni ormai.
Mi sono appassionato così tanto alla lettura perché i miei non vogliono che guardi troppo gli schermi. Dicono che non fanno bene, forse hanno paura che oltre alle gambe mi si blocchi anche il cervello. Da quando non riesco a camminare sono diventati molto più protettivi, paranoici dico io.
Fatto sta che un giorno li sento parlare in salotto, dicono che una nuova famiglia verrà a vivere nell’appartamento sopra al nostro.
Da quel giorno, infatti, comincio a sentire dei rumori provenire dalla stanza sopra alla mia. Trapani, voci di operai, martellate, qualcosa che cade… Si stanno dando da fare con il trasloco. Fino a che i rumori cambiano. Diventano meno aggressivi, niente più trapani o martelli. Una pallina che rimbalza, passi veloci, musica ad alto volume… La nuova famiglia deve avere un figlio, più o meno della mia età.
E non mi dà fastidio, anzi. Dà un tocco di nuovo all’infinita monotonia delle mie giornate. Ovviamente per tutta la mattina non sento nulla, tranne al mattino presto quando questo ragazzo si sveglia per andare a scuola. Ma al pomeriggio posso sentirlo camminare scalzo, avanti e indietro nella sua stanza, parlare, muovere la sedia, vivere una vita normale. È diventata un’attività costante ascoltarlo durante i pomeriggi della settimana, provando a indovinare cosa stia facendo.
Chissà se lui sa della mia esistenza. Io non faccio rumore.
Se lo sa, di sicuro pensa di continuo quanto io sia fortunato a non andare a scuola, e che posso rimanere a casa tutto il giorno. Insomma, le stesse idiozie che dicevano i miei vecchi amici, che ormai non sento più: si saranno già dimenticati di me.
Ma loro non sanno quanto invece io sia invidioso della loro vita, perché loro hanno la possibilità di fare tutte le cose che un ragazzo della nostra età deve fare. Io non posso.
Durante i mesi successivi all’arrivo della nuova famiglia la mia vita continua come sempre. La solita monotonia, le solite letture. E penso che sia sempre uguale anche sopra di me.
Fino a che, in un grigio pomeriggio di novembre, cambia tutto.
Sto leggendo “Le avventure di Huck Finn” per la seconda volta, quando un rumore fuori dalla finestra, leggero ma costante, attira la mia attenzione: un foglio di carta ben ripiegato sta venendo calato dall’alto appeso a un filo, e il fermaglio di ferro che lo trattiene sbatte sul vetro. Penso subito al ragazzo di sopra.
Essendo il mio letto non molto vicino alla finestra, mi devo sforzare per capire le parole scritte sul foglio, ma ci riesco: “PER IL RAGAZZO DI SOTTO”.
Purtroppo non ho modo di leggere il resto della lettera, essendo scritto all’interno, e in casa non c’è nessuno.
Ma dentro di me sento una forza che non ho mai sentito prima, come un fuoco che fa fatica ad accendersi perché la legna è umida, un fuoco rimasto spento per troppo tempo, un fuoco che da due anni non vede l’ora di scoppiare e di incendiare tutto.
Richiudo il libro, lo appoggio sul comodino. Mi metto dritto, con la schiena appoggiata al cuscino e le gambe distese. Penso che non posso far nulla. Tra un po’ il ragazzo di sopra ritirerà su il foglio, e io non ne saprò mai il contenuto. Non voglio che vada così. Devo agire in fretta.
Senza che io faccia nulla, le mie ginocchia si piegano. Mi avevano detto che non ne sarei più stato in grado. Allora prendo coraggio e provo a mettermi seduto sul letto, le gambe fuori dalla coperta, la schiena staccata dal cuscino. Appoggio tutte e due le mani finché la testa non mi gira più.
Piano piano provo ad alzarmi, tutta la mia volontà sta lottando per farmi stare in piedi.
E ci riesco. Sono in piedi. Non posso crederci.
Mi appoggio al muro per restare in equilibrio. Ormai la legna non è più umida, il fuoco si è acceso e sta facendo ardere tutto quello che non ha bruciato per due anni, e il continuo ticchettio del fermaglio sul vetro mi rende ancora più determinato.
Faccio un passo. Poi un altro. E un altro ancora.
Sto camminando!
Il fuoco è diventato un incendio che divampa sempre più, e che mi porta fino alla finestra. La apro. Un vento freddo mi sfiora il viso. Mi appoggio alla balaustra per lo sforzo. Prendo il biglietto. Alzo lo sguardo, e un viso timido si ritrae immediatamente portando con sé il filo e il fermaglio.
Torno al letto. Mi metto a sedere, apro il foglio e comincio a leggere.

Gioele Tuveri

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