Orbite diverse, di Flavio Felici.
Il racconto Orbite diverse, di Flavio Felici, è arrivato primo al concorso Tracce, categoria A (under 20).
Un racconto carico di tensioni e delicatezze, inconsuete per un autore così giovane; la scelta di dettagli e chiuse narrative inattese rende questa voce degna di nota.
E di vittoria.
CLASSIFICA FINALE DELLA CATEGORIA A, CONCORSO TRACCE.
1. Orbite diverse, di Flavio Felici
2. Il ragazzo di sopra di Gioele Tuveri
3. In vino veritas, di Lorenzo Guazzini
Edoardo aspetta
L’autobus non sarebbe arrivato. Non che Edoardo avesse fretta, sia chiaro.
Ormai si era rassegnato alla sua sfortuna: aveva scordato le cuffiette a casa e neanche aveva l’ombrello, quindi era stato costretto a rifugiarsi sotto al portico di un negozio poco distante dalla fermata. Si maledisse mentre lo scroscio della pioggia penetrava senza pietà nelle sue orecchie.
Di tanto in tanto i fulmini balenavano in cielo, irradiando schegge di luce in ogni dove. Poco distante un antifurto suonava. Piano piano la strada si stava allagando, ogni macchina che passava troppo vicino alla pozza alzava uno schizzo che Edoardo si trovava costretto a schivare.
Dannati tombini. Provò a spostare le foglie e la sporcizia che li intasava, ma riuscì soltanto ad inzupparsi le scarpe e i calzini. Infastidito, e più bagnato di prima, si ritirò di nuovo sotto al portico.
Serve un miracolo, pensò. Qualcosa che possa cambiare la mia vita.
No, non qualcosa, si corresse quasi subito, un po’ vergognandosi. Non qualcosa, ma qualcuno.
Così provò ad immaginare: E se la persona che cerco stesse sull’autobus che sto aspettando? Quello sì, sarebbe stato un miracolo, senza ombra di dubbio. Sorrise, seppur con un po’ di mestizia, e cominciò a fantasticare.
Mentre la sua testa vagava tra pensieri confusi e impossibili miracoli, Edoardo aspettava…
Velia aspetta
Per fortuna Velia credeva nei miracoli. Ed eccola lì, appollaiata sull’ultimo sedile dell’autobus, come una piccola civetta che, con gli occhi sgranati, dietro le spesse lenti dei suoi occhiali, guarda le porte che si aprono ad ogni fermata, e aspetta, aspetta, e aspetta ancora che salga qualcuno, qualcuno che incrocerà il suo sguardo e che finalmente la vedrà.
Non si permetteva neanche di chiudere le ciglia, e ogni volta che inevitabilmente accadeva si rimproverava perché la sua parte irrazionale e fantasiosa pensava che proprio in quell’istante sarebbe potuto passare chi cercava. Anche se nulla si era mosso in quell’istante.
Ma chi cercava?
Qualcuno che la notasse. Velia passava così inosservata, sempre chiusa in sé stessa, con le cuffie che le coprivano le orecchie, come se appartenesse ad un luogo a tutti gli altri inaccessibile. Con la musica sognava di volare via da quel mondo, da quella città; sognava l’arrivo di qualcuno che l’avrebbe presa e portata lontano dalla sua stessa vita.
Mentre guardava le porte dell’autobus aprirsi e richiudersi, Velia aspettava…
L’autobus
Nel buio della notte Edoardo vide due fari spuntare in lontananza. In mezzo a tutta quella pioggia non riusciva a vedere bene la sagoma del veicolo.
Si fece più avanti sul marciapiede, la pioggia iniziò a colpirlo e, mentre i fari si facevano più vicini, aguzzò la vista.
Finalmente! Era il suo autobus. Edoardo si sporse sulla strada e allungò il braccio per far notare all’autista la sua presenza. Il veicolo avanzava, un metro dopo l’altro, alzando l’acqua e il fango ai bordi della strada. Ora Edoardo riusciva a distinguere chiaramente il mezzo e perfino le persone a bordo. Ancora pochi metri…
Ma l’autobus non accennava a rallentare.
Edoardo iniziò a sbracciarsi, a fare segnale all’autista di fermarsi, ad urlargli qualcosa. Niente. Ripiegò in fretta sul marciapiede mentre l’autobus gli sfrecciava accanto. Ogni suo sforzo andò perso nel forte vento, la notte l’aveva reso muto e insignificante, poco più di un’ombra. Era così che Edoardo si sentiva in quel momento.
L’unica cosa che poté fare fu girarsi e guardare l’autobus scivolare nel buio.
Pensieri
Edoardo ovviamente non salì su quell’autobus, e Velia, dietro quelle spesse lenti, non lo vide salire.
Però qualcosa di più profondo, dentro di loro, era successo: Edoardo pensò, credette perfino, di aver visto una splendida ragazza accovacciata su uno di quei sedili, e subito si immaginò quanto sarebbe stato bello salire su quell’autobus, non per tornare a casa, ma solo per sedersi vicino a lei; anche a Velia sembrava di aver visto qualcosa, poco più di una sagoma che aspettava nella pioggia.
Edoardo si accasciò sul palo della fermata, gli occhi spenti, lo sguardo che fissava il vuoto. Nemmeno volle tornare sotto il portico del negozio, ormai ripararsi dalla pioggia non serviva più a nulla: dai capelli l’acqua scendeva come torrenti, la maglietta fradicia gli aderiva al corpo e nelle scarpe era già entrato troppo fango.
I suoi pensieri si erano fatti più torbidi, proprio come l’acqua che lo bagnava dalla testa ai piedi. Pensava che la pioggia che gli cadeva addosso fosse un giusto castigo per qualcosa che non aveva fatto; o forse si aspettava che, soffrendo, il destino, l’universo, o chi per lui, l’avrebbe ricompensato.
La verità è che la tristezza di Edoardo non riguardava l’autobus, quanto piuttosto il fatto di aver perso l’occasione di parlare e sedersi vicino ad una ragazza che nemmeno sapeva se esistesse.
Così, sempre più rassegnato, Edoardo continuò ad aspettare l’autobus (o forse qualcos’altro) che chissà quando o chissà se sarebbe mai arrivato.
Ma per fortuna, ricordiamolo, Velia credeva nei miracoli, a differenza di Edoardo. Si raggomitolò su sé stessa, il mento poggiato sulle ginocchia strette al petto, e continuò a guardare le porte che si aprivano e richiudevano. Non si era rassegnata, né demoralizzata, avrebbe continuato a cercare e ad aspettare. Chissà per quanto avrebbe ancora vagato su quell’autobus.
Destino
È curioso, e anche triste, pensare che la persona di cui entrambi avevano bisogno (o di cui credevano di aver bisogno) fosse proprio l’altra.
Due anime solitarie, così desiderose l’una dell’altra. Che tragedia immane essersi sfiorati in questo modo e, da questo punto in poi, aver impresso nel proprio destino di continuare a vagare, cercare, e aspettare.
Ma cosa avrebbero potuto fare per cambiare questa funesta sorte?
Niente.
Edoardo e Velia, amanti immaginari, sono due prigionieri che si credono liberi, marionette guidate da un destino nefasto. Ma chi ci dice che la sorte sia stata tanto malevola nei loro confronti?
Verrebbe anche da pensare che questo loro incontro mancato, questo contatto mai avvenuto sia stato perfetto, proprio perché non si sono nemmeno conosciuti. Potrà sembrare strano, ma così il loro amore mai espresso non verrà intaccato. La realtà non potrà mai rovinare la perfetta ed eterna immagine che i due si sono creati nella loro testa: questo sogno non potrà mai deluderli, questa fantasia non appassirà, quest’amore non deperirà, ma rimarrà per sempre qualcosa di puro, di ideale.
Ma questo pensiero non è che una magra consolazione per i due giovani. Edoardo e Velia si sono fatalmente sfiorati, come stelle cadenti che vagano solitarie per l’universo, senza mai incontrarsi, così entrambi aspettano ancora, e aspettano, e aspettano…
Chissà quante volte queste piccole grandi tragedie accadono. Chissà quanti fiori ospita una città simile. Ma quanti di questi sbocciano, quanti appassiscono prima del tempo, quanti non vedranno mai la luce?
Flavio Felici