Affetto pollino – di Marta Pavesi

Questo di Marta Pavesi è il primo racconto del secondo numero della rivista Corna, e mi riempie di gioia.

Mi riempie di gioia perché Marta, che non conosco personalmente – è allieva di altri insegnanti – sprigiona una storia originale, intensa, piena di famiglia e di casa; dove la famiglia e la casa diventano luoghi densi, capaci di ospitare insieme il miracolo e la tragedia.

Credo che per ogni lettore e lettrice questo testo aprirà, come fanno i racconti veri, altre memorie e altre letture; per me è stata la gallina di Madre di cane di Pavlos Màtesis, pubblicato da Crocetti, a riaffiorare, con la sua stessa potenza e lo stesso slancio.

Immergetevi in questo racconto; oppure, meglio ancora, entrateci: tra sbatter d’ali e tesori.
Ringrazierete l’autrice, come ho fatto io.

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Mamma ha trascorso il tempo della mia giovinezza a salvare galline dagli allevamenti. Tita era appena nata e io non avevo ancora fatto i due anni quando la sua missione esistenziale subì la metamorfosi passando dalla procreazione alla liberazione. Comprava una gallina alla volta (non seppi mai con quale coraggio riuscisse a sceglierne, tra le centinaia stipate nelle batterie, soltanto una); contrattava con gli allevatori il prezzo e caricava in macchina l’animale prescelto che teneva in un cartone bucherellato, messo sul sedile del passeggero e fermato con la cintura di sicurezza affinché l’allarme non suonasse. Nostra madre raggiunse il numero massimo di capi liberati appena festeggiati i miei dodici anni: era riuscita a farcene stare ventuno nel pollaio, tutte galline vecchie (vecchie non secondo criteri naturali, bensì industriali, di produzione), arrivate poco per volta, sempre mezze spennate e apatiche (almeno all’inizio), con i becchi tranciati, gli occhi gonfi, le creste flosce e nere, le croste spesse e piene di sangue. Eppure mamma ne era orgogliosa. 

«È la cosa migliore che abbia mai fatto, bambine» ci disse un giorno. Noi l’avevamo ascoltata con attenzione, ma facemmo fatica ad associare le sue parole alle galline.

Ogni tanto lei e nostro padre litigavano per via di quelle anime salvate: lui sosteneva che ci trascurasse, che dedicasse più cure a degli uccelli che a dei cristiani. 

«Vi faccio, forse, mancare qualcosa io? Le vostre pance hanno mai brontolato, per caso?» gli rispondeva lei, a ogni occasione buona.

E aveva anche ragione, ma erano in prevalenza uova: uova al tegamino, strapazzate, sbattute, sode, alla coque, in camicia, al pomodoro, al forno, al purgatorio. Al diavolo le uova, pensavo in segreto. 

Io, Tita, papà non facevamo uova, era forse quello il problema? Oppure non la intenerivamo abbastanza perché non provenivamo dai maltrattamenti di un allevamento? 

Escogitammo ognuno una strategia diversa per combattere quella passione che sembrava catalizzare tutte le attenzioni, le energie e le fatiche di nostra madre. 

Papà aveva pensato che, togliendo lavoro a mamma nel pollaio, ne avrebbe guadagnato la famiglia intera. Così alle prime luci del giorno – tutti i giorni – andava ad aprire alle galline, raccoglieva le uova, richiudeva gli animali al tramonto e raccoglieva altre uova. Per essere preciso nel suo compito aveva puntato due sveglie che, con lo scopo di allinearsi alla lunghezza delle giornate, doveva regolarmente aggiornare. Dal solstizio d’inverno a quello d’estate l’allarme “Galline” suonava, di settimana in settimana, sette minuti prima alla mattina e sette minuti dopo alla sera: aumentavano i minuti di luce, crescevano le temperature, le deposizioni e, col passare del tempo, pure le incombenze. Di domenica nostro padre era arrivato a rinunciare alla parola del Signore per dare una bella pulita ai posatoi e togliere dal pollaio ogni traccia di escrementi, paglia marcia, residui di mangime, polvere, pollina e pidocchi. Cospargeva poi tutto di cenere e rimetteva paglia nuova sul pavimento e nei nidi. A mamma restavano le mansioni di controllo, cura e nutrimento delle sue crocchie. Quello che avrebbe dovuto fare soprattutto con noi figlie, secondo papà. Invece lei, per noi, si limitava a preparare i pasti mentre, per le galline, non solo faceva miscugli di avena, mais, semi e granaglie e si assicurava che avessero sempre acqua fresca e limpida a disposizione, ma predisponeva anche mucchi di terra per i loro bagni di sabbia, dosava aceto, aglio e creolina e olio di Neem, le puliva, le disinfettava, le teneva in braccio per ore, cullandole come neonati e parlando loro come fossero adolescenti bisognosi di comprensione. Affinché alle galline non mancassero vitamine e calcio, faceva essiccare in veranda i gusci delle loro uova: li riduceva in polvere da mischiare e nascondere nel cibo, con gesto minuzioso li pestava per mezzo dello stesso mortaio che poi in cucina usava per le nostre pietanze: papà non lo sopportava. 

«Uno ce n’è» gli disse mamma, quando lui, infine, sbottò.

Nostro padre le comprò un mortaio nuovo. Le voleva troppo bene.

Il metodo che Tita trovò nel tentativo di ottenere un briciolo di attenzione in più da parte di nostra madre fu compiacerla nel cibo che lei ci preparava con una dedizione particolare rispetto a tutte le altre questioni domestiche. A otto anni mia sorella dichiarò che per amore di mamma avrebbe mangiato solo alimenti di colore giallo o bianco.

«Giallo come un tuorlo e bianco come un albume. Nient’altro» disse.  

Le andavano bene – oltre alle uova – patate, polenta, pasta, pane, e (in un eccesso insalubre di P) pollo. 

«Tita, i polli sono i maschi delle galline» le dissi con l’arroganza della sorella maggiore. 

«No, è carne. Ed è bianca» rispose Tita incurante della contraddizione che avevo sollevato.

Il fatto era che pure io mangiavo volentieri il pollo cucinato da mamma (pollo comprato, s’intende: pollo della grande distribuzione, pollo da allevamento, già spennato e confezionato ed etichettato con l’indicazione Da consumarsi preferibilmente entro). Tuttavia, l’acquolina che mi provocava la carne bianca di un pollo arrosto non era abbastanza per impedire che mi si formassero in testa nuove domande, così come l’aceto non è sufficiente per bloccare la rogna sulle zampe delle galline. Che senso aveva salvare le femmine e poi mangiarsi i maschi? Forse perché non si è mai visto un pollo fare le uova? Allora, a quel punto, in merito all’esagerata affezione di nostra madre per le galline, c’entravano davvero le uova?

Mamma non lavorava, a chiederle quale fosse la sua professione diceva che faceva la donna di casa, anche se erano più le ore che – tra il pollaio e gli allevamenti – trascorreva fuori. Probabilmente fu proprio a causa di quella sua assenza che non si accorse che l’interno degli occhi di Tita si impallidiva di più di giorno in giorno.

Tita era sempre stanca; nostro padre regalava mortai che non venivano usati in cucina perché non c’era niente da pestare – buono per noi – che fosse di colore bianco o giallo; io facevo domande di cui non capivo le risposte quelle rare volte che mi venivano concesse, come ad esempio: «Non potremmo mai mangiare una nostra gallina, tesoro. Sarebbe come mangiare uno di noi!»

Per quanto mi riguarda, la strategia che adottai io fu passare i miei pomeriggi, al posto di mettermi alla scrivania a fare i compiti, seduta nel pollaio: se mamma amava a tal punto – forse più di noi – le sue galline, considerandole membri della famiglia, tanto valeva imparare a conoscerle meglio. Beccavano i lacci delle scarpe, succhiavano e strappavano i capelli, venivano in braccio e capii perché mamma parlava con loro: ascoltavano e rispondevano. Ce n’era una che chiocciando sembrava dire Ciao, un’altra pareva ridere e un’altra ancora faceva OOOO come se si stupisse ogni volta del mio arrivo. Erano uccelli quelli? Dov’erano i fischi, i canti e le melodie? Dov’erano i voli, le picchiate, le lunghe migrazioni? Cosa vedeva di bello in loro mamma? E di brutto in noi?

Quando glielo chiesi mi rispose di guardare con attenzione le galline negli occhi, che non erano di certo come i nostri. Io lo feci, ma in cambio ottenni solo uno scambio di pidocchi pollini e di conseguenza prese in giro tra i banchi di scuola. Dicevano che ero una sporcacciona, con le piume e i parassiti tra i capelli; che non mi lavavo perché in casa non avevamo né la doccia né la vasca, forse nemmeno il bagno tanto da essere costretti a fare i bisogni in una buca nel terreno; dicevano che avevo le orecchie piene di cerume; che puzzavo; che, al posto degli ultimi denti da latte persi, mi sarebbero cresciuti funghi marroni e licheni gialli. Dicevano che era quello che succede ai bambini quando le mamme non si degnano di guardarli, di pulirli e di farli andare in giro come Dio comanda.

Il giorno che spaccai il sopracciglio alla figlia del notaio e mi spedirono a casa con una nota da far firmare, dovetti confessare perché l’avevo fatto: «A scuola dicono che non sono come Dio comanda» dissi. Ma lo dissi solo a mio padre perché, se mamma sapeva tutto sulle galline, papà sapeva tutto su Dio e i suoi comandamenti e forse lui mi avrebbe detto come avrei dovuto andare in giro.

Quella sera, dopo cena, Tita e io dalla nostra cameretta, li sentimmo discutere per ore. Io e mia sorella cercammo di abbracciarci sempre più forte, in modo da coprire le loro parole con i battiti del cuore, ma qualcosa sfuggì ai tum tum delle nostre frequenze cardiache, così riuscii a capire: «… il tuo dovere di madre…» (voce di papà); «… di tutto per le mie figlie…» (mamma); «… non di solo pane…» (papà); «… potrei uccidere…» (mamma).

Poi Tita disse: «Credi che divorzieranno per colpa tua?», e non fui più in grado di afferrare il resto delle voci che venivano dalla cucina.

Dopo quel battibecco tra i nostri genitori, pensai a lungo alla figlia del notaio, mi aspettavo di non vederla più: mamma avrebbe sistemato le cose, dimostrato una volta per tutte quanto tenesse a me. Ma i giorni passarono e la figlia del notaio tornò a scuola con un cerotto enorme e marrone sopra l’occhio e le prese per i fondelli continuarono come se niente fosse stato, come se nessuno fosse mai stato in pericolo di vita.

Io aspettavo e intanto continuavo a frequentare il pollaio nella speranza – la stessa che rendeva Tita sempre più anemica – che mamma si accorgesse di me, di quanto impegno ci mettessi nel coltivare quel suo stesso interesse, anche se, quando arrivò il tempo in cui le galline raggiunsero il numero massimo di ventuno esemplari, io non sapevo nemmeno distinguere (ad eccezione di quelle tre chiocce che parevano dire Ciao, ehheheheh e OOO) un uccello dall’altro e neppure avevo ancora capito cosa avessi dovuto vedere nei loro occhi.

Da un paio di anni ero passata alle scuole medie e le prese in giro non erano cessate di una virgola, anzi sembrarono rafforzarsi stranamente in coincidenza con la Cresima, lo Spirito Santo, le colombe, i ramoscelli d’ulivo e tutti gli altri simboli di pace. Io, tuttavia, non desideravo vendetta, desideravo solo risposte: Perché mamma non si accorgeva di noi? Chi aveva ragione? I miei compagni? Io? Papà? 

I denti permanenti avevano finito di crescere e già il fatto che nessun fungo o lichene mi fosse spuntato in bocca doveva essere per me sufficiente per farmi capire da che parte stava il torto. Ma non ero soddisfatta e ogni mattina prima di uscire da casa obbligavo Tita alla perlustrazione del mio corpo (capelli, bocca, ascelle, buchi delle orecchie e per sicurezza – mia sorella si era rifiutata di andare oltre al naso – pure le narici).

«Non dovrebbe farlo mamma, però?» chiedeva lei.

«Taci» la sgridavo io. 

L’affetto pollino di mamma era tanto forte da distrarla da noi, così sapevo che non l’avrebbe mai fatto, non mi avrebbe mai annusata prima di andare a scuola, lei non era tanto una mamma da ispezioni e ossessioni, era più incline a gesti concreti. Ad esempio, non s’interessava di quanto fossero puliti i miei buchi alla mattina, ma a volte mi baciava prima di andare a letto oppure per la Cresima mi aveva regalato la collanina d’oro con la mia iniziale, quella che tanto avevo desiderato e anche un vestitino blu con le margherite che faceva impazzire le sue galline e un po’ meno me.

Una mattina, prima della supervisione consueta, Tita stette male, si afflosciò su se stessa e finì, lunga e distesa a terra, come un uovo quando non ha più il sostegno del guscio. Non andai a scuola: nessuno mi aveva ispezionato quella mattina. 

«È tutta colpa tua» dissi a mamma «tua e delle galline se Tita muore».

E se Tita fosse morta davvero, non avrei più avuto nessuno a esaminarmi prima di uscire di casa. 

«Ti odio. Non ti sei mai accorta di niente. Non ci hai mai voluto bene, tu!» trovai il coraggio di dirle, lasciandola impietrita sulla soglia nell’aspetto esattamente opposto che aveva Tita quella mattina.

«Ricordati che è inutile dire “ti amo” a uno che ha fame. Ora vado in ospedale da tua sorella» disse, quando riuscì a riprendersi dalle mie accuse.

Non capii subito cosa avesse cercato di trasmettermi con quelle parole: nessuno di noi aveva mai avuto fame un solo giorno in vita sua.

Confusa e furibonda, corsi al pollaio intenzionata a farla pagare almeno alle galline. Mi arrabbiai – per ignoranza e per invidia – anche con loro, le presi a calci, le insultai, le rincorsi. La collanina di mamma mi pendeva dal collo. Fu lì che vidi davvero, per la prima volta, i loro reali occhi: occhi preistorici, occhi di dinosauro, di ramarro, famelici e stupefatti, non tanto per lo spavento, quanto per ciò che avevo al collo. Quando me ne accorsi fu troppo tardi. Per cosa avevano scambiato la S attaccata alla catenina come un verme all’amo? 

Mi si fecero intorno – tutte e ventuno – io strizzai le palpebre un attimo prima di afferrare un ciuffo di piume marroni a quella che si aggiudicò, strappandomela di dosso, la preda dorata. 

Colore e ordine di beccata, così procedette mamma per individuare la gallina che pensava colpevole. L’ammazzò tirandole il collo con le sue mani. Piangeva intanto che lo faceva e anche quando le aprì il gargarozzo, il ventriglio e le budella e non trovò altro che sassi. 

Sapevo quanto mia madre ci tenesse alle sue galline, sapevo quanto le era costato quel gesto, quanto dev’essere stato difficile per lei sacrificare uno di noi e rimangiarsi la parola.

Con Tita ricoverata non sprecammo nulla della gallina, divorammo pure le zampe, la cresta e i bargigli minuscoli e rossi. Quando non rimase nemmeno più il brodo, mamma ne uccise un’altra. La scelse marrone tra le più forti e produttive. Tra le più adorate. Sventrò il suo caro animale e di nuovo non fummo ripagati. Ne mangiammo e ne bevemmo tutti e poi, sempre con occhi lacrimosi, ma indifferente alla sua stessa pena, mamma ne uccise una terza. Intuii, dalla sua faccia, che sarebbe stata disposta a sterminarle tutte, pur di darmi la dimostrazione di quanto fosse inutile dire “ti amo” senza avere preparato prima il terreno. 

Dal corpo dell’ultima gallina ammazzata, mia madre recuperò la catenella e il ciondolo e me li consegnò ancora sporchi di sangue, e fu per me come se me li stesse regalando una seconda volta. Io e mio padre – figuriamoci mamma – non avevamo più voglia di mangiare altre galline e invidiammo Tita in ospedale obbligata a consumare bistecche su bistecche. Eppure, con il comune e taciuto intento di non lasciarne traccia, tutti divorammo fino alle ossa quell’uccello primitivo e ladro.   

© Marta Pavesi

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