Esuriens – di Stefania Rigon

Esuriens di Stefania Rigon

Questo di Stefania Rigon è il terzo racconto del secondo numero della rivista Corna.

Stefania è stata selezionata dalla redazione per un suo racconto di diversi anni fa, che ricordavano con precisione. Erano i tempi del lockdown, Stefania arrivò seconda; la conoscevo già, allora, e già allora mi stupì la violenza del suo testo, che sembrava sublimasse forze che erano state ferme da tempo.

Ora la riincontro dopo tempo, e in questo Esuriens mi stupisce di nuovo. Il testo è potente e preciso; dall’incipit alla fine le parole cadono come gocce d’acqua in un lavello verso lo scarico, che dovrebbe essere la naturale destinazione; eppure.

Spero che la leggiate, e che poi torniate indietro a leggere le altre declinazioni di Fame; come accade solo nei migliori momenti, testi diversi sembrano essersi chiamati a raccolta, a distanza di tempi e spazi.

Buona lettura.

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Illustrazione di Olimpia Zagnoli

 

Mi sento molto confusa e anche grata:

ci vuole molto amore per odiare così tanto.

Dantiel W. Moniz

 

Le luci sono iniziate quando lei è morta. 

Una notte mi accorsi del primo cavo elettrico che gli usciva dall’angolo dell’occhio sinistro; c’era un sottilissimo filo nero che poteva sembrare una ciglia, ma l’estremità emetteva un bagliore intermittente come fanno quelle poche lucciole rimaste nelle notti di agosto. Appena lui chiudeva gli occhi sempre più esausto, nella camera si riversavano lampi a volte più forti, a volte meno e le ombre del mobilio apparivano e scomparivano dai muri. 

 

Non mi ricordo esattamente quale fu la prima cosa che mi disse Lorenzo, ma tutto mi fu subito chiaro. Capii che con lui sarebbe stato facile, avrei potuto vivere una vita senza grandi incertezze. Ci mise poco a convincersi, usai il mio giovane corpo come avevo imparato, notò subito che non avevo pretese. Non mi è mai parso sbagliato diventare quello di cui aveva bisogno.  

E così successe che divorziò da sua moglie, ottenne la custodia congiunta dei figli e in un anno avevo la fede al dito. Al ricevimento non mangiai nulla, passai tutto il tempo a guardarlo intrattenere gli ospiti, a sorridergli da un capo all’altro della sala, a collezionare buste piene di soldi, abbracci e stupidi oggetti per la casa, tutti a dirmi quanto fossi fortunata e bellissima e magra e che mia madre sarebbe stata tanto orgogliosa di me.

 

Quando scopro di essere incinta ho ancora l’odore di urina sulle dita. La parola che porto tatuata sulla pelle, a metà tra il torace e il ventre, mi prude da impazzire. 

Più nostra figlia cresce, più mi allontana dal corpo incapace di proteggersi da quel grumo di organi incompleti e sangue in prestito. Maledico mio marito e il suo sperma troppo forte per un uomo di cinquant’anni, quel sesso vibrante che mi ha spinto dentro un ospite indesiderato mi rivolta lo stomaco. 

Ma soprattutto, odio i miei di anni ancora così fecondi e affamati di futuro.

 

Questa notte le luci si fanno sempre più ravvicinate, provo a collegarmi ai cavi che gli escono dagli occhi, armeggio con delicatezza per esporre il rame e metto un po’ di nastro isolante per rinforzare l’innesto, ma non serve, i miei fili rimangono freddi. Allora mi avvicino al suo corpo finalmente calmo, voglio vedere la pelle illuminarsi ma, appena entro in quello splendore giallo, tutto si spegne.

Arretro e le luci tornano da me, sono brevi, durano come uno sbattere di occhi ma continuano a intensificarsi, risplendono sulle pareti, sul letto, mi arrivano sopra la pancia e poi si fermano. 

Sono loro a doversi avvicinare, penso, non io.

Non mi muovo, Lorenzo potrebbe svegliarsi e io non voglio, ho bisogno di vedere. Mi giro piano verso di lui, il torace si alza e abbassa lentamente, il respiro è calmo al contrario del mio che accelera e rallenta in continuazione. Un nuovo filo nero esce verticale sopra la sua testa, e sulla punta, una grossa palla luminosa fluttua a mezz’aria.

Amelia respira mi dico aspetta mi dico non muoverti mi dico.

Il filo si allunga ancora, la luce al suo capo tocca quasi il soffitto. 

Sull’anta dell’armadio vibra un’ombra. L’ombra è quella di un volto, non vedo gli occhi o la bocca ma il contorno è ovale con due piccole sporgenze ai lati. 

«Chi sei?», lo chiedo a bassa voce. 

«Non lo so, non ho un nome», l’ombra risponde.

«Tu chi sei?» mi chiede.

«Amelia e questa è casa mia. Perché esci dai suoi occhi ma sono io a vederti?»

«È lui che mi vuole.»

«Come sarebbe a dire? Cosa vuole?»

«Me», risponde sicura. «Io esisto nei suoi sogni e ci incontriamo ogni sera da qualche mese.»

Ho paura a chiederlo ma mi faccio coraggio. 

«Da quanti mesi?»

«Sei.»

La sua risposta è una conferma che mi fa dimenticare, per un attimo, di essere viva. Sei mesi fa gli ho messo nelle mani il test e lui mi ha abbracciato pensando che le mie fossero lacrime di gioia.

Le luci si avvicinano al mio viso e iniziano a girarci intorno come per indagarmi i lineamenti, il colore degli occhi, la forma della bocca, si fermano lì, la luminosità aumenta e poi, lentamente, scendono verso il mento. Provo a scostarle perché tutto quel chiarore mi abbaglia e mi fa perdere lucidità ma non ci riesco, i fili mi scottano, mi passano come unghie infuocate sulle guance, sono fauci pronte a divorarmi.

«Tu non sei nata.»

La stanza si illumina a giorno, le luci si moltiplicano, dal filo primario iniziano a diramarsi mille e più piccoli cavi, sottili come capelli, che si muovono nervosamente nella camera, la mia pelle brucia, i miei occhi faticano a rimanere aperti, tra un flash e l’altro vedo che l’ombra è ancora lì, è più grande, sono inchiodata al letto con le braccia lungo i fianchi come se catene invisibili mi impedissero ogni movimento.

Una luce mi spalanca la bocca e mi entra in gola, i polmoni si accendono, poi tocca alla gabbia toracica che a stento resiste alle spinte, una bomba luminosa mi scoppia nel ventre, percorre la strada giù fino alle ginocchia e mi esce dai piedi. Sono un cristo redentore. 

Sul muro c’è una supernova, è la luce maestra, ne sono sicura, quella che parte dagli occhi di mio marito ubriaco fradicio del suo stesso sonno, incarcerato dai suoi sogni.

L’ombra chiede di serrare le fila e le luci si posizionano come aquile pronte ad attaccare. Non arretro, non mi nascondo, resisto a quel sole che è diventato violento, se questo è ciò che vuole deve venirselo a prendere.

Lorenzo non si muove, dorme un sonno millenario, la lampada più vicino al soffitto troneggia sopra le nostre teste mentre le sue piccole suddite danzano una coreografia confusa e si intrecciano l’una con l’altra tirandosi fino agli angoli più lontani della stanza. Poi, come ordinato dal comandante in capo, si aprono a destra e a sinistra e si lanciano su di me avvolgendomi tutta fino alla gola e stringono, stringono così forte che mi manca il respiro. Sono in un morso di squalo, i cavi sono diventati di acciaio, mi sento esplodere il cuore, il battito è fuori controllo, chiudo gli occhi e mi lascio andare. 

«Mamma.»

Sotto le mie palpebre scoppiano bolle di luce viola e blu, non siamo più separate, lei batte dentro di me. Piccole dita illuminate mi aprono il cuore, ne escono rivoli densi e neri e per un attimo mi sento un sasso che si posa sul fondo del mare senza fare rumore.  

Se ora Lorenzo si svegliasse tutto questo finirebbe. 

Le mie vene si tendono, si induriscono e invece del sangue corre un liquido diverso che procede furioso verso di lei, tanti piccoli capillari iridescenti entrano nell’ombra e la nutrono. La mia schiena si inarca, una nuova energia mi fa sentire tutto, vedo il mare, distese d’erba e montagne, ogni stella del firmamento, giraffe che mangiano le foglie più alte e ragni che tessono tele magnifiche, accarezzo gatti con le code dritte che camminano eleganti e seguo con lo sguardo i pianeti di questa galassia e di tutte le altre. Nuove bestie si imprimono sulle pareti, ci sono leoni, pantere e pesci palla, è lei che comanda, lei che mi permette di vedere, lei che dirige l’orchestra nel regina tremendae del mio requiem notturno. 

È sazia.

Le luci si spengono e con essa i mille cavi che mi imprigionavano tornano da dove sono venuti, la luce maestra sopra la testa di Lorenzo si ritrae fino a scomparire di nuovo dentro ai suoi occhi ancora chiusi. Mia figlia non c’è più.

Sento Lorenzo mugugnare qualcosa, si gira verso di me e mi mette una mano sulla pancia.

«Hai fame?», mi chiede, «io sì.»

Mi porta in cucina tenendomi per mano. Ho voglia di cose grasse.

«Siedi.»

Lorenzo mette della carne sul fuoco, l’odore mi arriva alle narici e mi apre lo stomaco.

Passiamo lunghi minuti in silenzio, lui continua ad armeggiare con le padelle e poi tira fuori i piatti.

«Prego», mi dice, «mangia.»

Siamo quasi al buio, l’unico punto da cui arriva un po’ di luce è quello sopra i fornelli, Lorenzo è in piedi davanti a me e per un attimo, brevissimo, chiaro, in controluce rivedo quell’ovale con le due sporgenze ai lati. 

Finisco tutto e ne vorrei ancora.

«Torniamo a letto».

Lo lascio prendermi per mano, la stringe e aggancia le sue dita alle mie.

La camera è come è sempre stata, prima delle luci nate dai suoi occhi e prima di lei che vuole me, non ci sono segni del suo passaggio, i muri sono tornati ad essere vuoti, sulle ante del grande armadio non c’è più nessuno. È di nuovo una notte come le altre.

Lorenzo chiude gli occhi e una piccola luce riappare tra noi. Rimango qualche istante ad osservarla, mi avvicino lentamente con la mano e sono sicura che mi permetterà di toccarla. Il tepore arriva sulla punta delle mie dita, è lo stesso calore docile che hanno le guance dei bambini quando dormono.

La piccola luce si fa più tenue. Rimane con me ancora qualche secondo. Ho appena il tempo di immaginarmi il suo viso e poi si spegne.

© Stefania Rigon

 

Leggi i racconti della Rivista Corna no. 1, Respiro

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