Parole d’ali – di Francesca Nadalig

Parole d’ali di Francesca Nadalig è l’ottavo racconto del secondo numero della rivista Corna.

I nomi Marta, Clielia; la frase Sono un mostro, pensò. E sì, siamo mostri; mostri affascinanti a volte, terrificanti altre. A chi è dato di saperlo? Forse a chi può capire qual è la differenza tra una parola incastrata nell’esofago. Agli occhi di qualcuno, non abbiamo più parole e ci muoviamo sgraziati nei corridoi.

Agli occhi di altri, siamo sazi.

Forse parte della vita non è cercare chi non ci veda mostro, ma capisca che mostro siamo.

A voi Francesca Nadalig; buona lettura.

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Marta, seduta accanto alla finestra, osservava il cielo scuro che premeva sul palazzo di fronte al suo. La donna del quinto piano non era ancora rientrata. All’improvviso una luce, quella del corridoio, sciolse il buio sulle tende del salotto. Rimase per ore a osservare la donna-falena danzare nel chiaro scuro del suo appartamento, disegnando sull’album appoggiato sopra le ginocchia.

Parlare costa fatica.
Clelia fin da bambina si era sforzata di dare voce alle frasi nella sua testa. Ragionava sulle parole, le disponeva con cura, ma, quando cercava di appoggiarle e soffiarle via dalla laringe, uscivano frasi mozzate e i concetti rimanevano solo nella sua testa.
Scrivere, a volte, era più facile.
Negli anni si era educata alla parola, anche se le assorbiva tutte le energie, aumentando il vuoto dentro di lei.
Non ricordava quando fosse successo la prima volta, ma ricordava perfettamente la sensazione. Clelia stava parlando con dei colleghi durante una riunione quando all’improvviso aveva sentito in bocca qualcosa di consistente, dal sapore ferroso. Aveva iniziato a masticare lentamente e aveva deglutito con fatica. Vuoto nella voce, retrogusto di sangue nella bocca. Aveva respirato a fondo e si era rimessa a parlare. Le era rimasto un peso sullo stomaco per il resto della giornata, ma il suo vuoto silenzioso si era messo a vibrare.

Quella sera Marta la vide di spalle davanti al portone. I suoi contorni erano sfocati, quasi a perdersi nell’aria della sera. Aveva visto la sua ombra appoggiarsi sui pianerottoli, veloce. Era entrata in casa, librava nel buio da una stanza all’altra, un tono più leggera del solito.
La donna era poi rannicchiata sulla poltrona, lasciando che le retine seguissero la danza dell’inquilina del quinto piano. La mano si muoveva da sola sul foglio, imprimendo le immagini che si materializzavano nella sua testa.

La seconda volta che era accaduto Clelia era al telefono con sua madre. Sensazione morbida e avvolgente nella bocca. Sensazione amara e fredda. Aveva interrotto la comunicazione all’improvviso, non riusciva a terminare la frase. La parola era scivolata giù nell’esofago, liscia e calda, e si era adagiata nello stomaco. Poi era stata la volta di un’altra. La lingua l’aveva spinta giù, avvolta nella saliva, ma si era fermata tra la gola e lo stomaco. Clelia aveva tossito e deglutito forte. La parola le aveva graffiato lo stomaco e si era messa accanto alla precedente. Sua madre aveva continuato a parlare nel microfono del cellulare, ma ormai Clelia era altrove. Quella sera non aveva cenato, la parola sgradita si era spostata più volte, facendole avvertire fitte calde e fredde nella pancia.

Marta quella sera osservava la donna parlare al telefono. Le mani tra i capelli, il profilo che si abbassava e si alzava veloce, scosso a tratti come da una forza invisibile. La sua matita si muoveva svelta sul foglio, dispiegando le ali della donna-falena.
Clelia era confusa e il giorno seguente, da sola in ufficio, aveva provato a mettersi le dita in bocca, mentre registrava un messaggio vocale per una sua collega. Non aveva trovato nulla, ma il sapore di sangue e le fibre sotto i denti li aveva sentiti davvero. Si era pulita le dita sui jeans e aveva cercato di ignorare la cosa. Non era scesa in mensa per il pranzo, non aveva fame. Il vuoto che aveva dentro si era messo a vibrare sempre di più. Piccole oscillazioni impercettibili, come minuscole scosse elettriche di vita.
Nel pomeriggio avrebbe dovuto partecipare a una riunione e, mentre provava a ripetere il discorso, si era resa conto che la voce mancava di fronte ad alcune parole. Scrisse una mail dicendo che si sentiva male e si preparò per andare a casa.
«Sì, mi sento…»
«…»
Non riuscì a terminare la frase pronunciata nel silenzio dell’ufficio. Le lettere le si appiccicarono ai denti, facendola salivare e costringendola a masticare a lungo. Le arrivarono nello stomaco, lasciandole una spiacevole sensazione di nausea. Si mise il cappotto e nascose la bocca con la sciarpa. Si affacciò alla porta e, dopo aver controllato che non ci fosse nessuno, uscì in fretta dall’ufficio.
Arrivata a casa, si precipitò in bagno e si mise le dita in gola. Voleva vomitare quella sensazione appiccicosa nello stomaco, ma non uscì nulla. Rimase inginocchiata a terra, con il cappotto addosso, scossa da conati vuoti. Anche quella sera non cenò e, una volta a letto, sotto le coperte, rimase in ascolto del vuoto sempre più piccolo.

Marta aspettò a lungo, sperando che la donna arrivasse in salotto. Picchiettava con la matita sul foglio, impaziente. Eppure, aveva acceso la luce. Quella sera neanche un battito d’ali.

Il giorno seguente Clelia chiamò in ufficio per dire che si sarebbe assentata qualche giorno. Le poche frasi che pronunciò furono scandite da colpi di tosse a colmare i vuoti di voce. A tratti si mise a sussurrare, era più facile apparire malata che spiegare cosa le stava accadendo. Una volta chiusa la telefonata, si accorse che aveva la bocca piena di consistenze e sapori diversi. Morbida, dolce, dura, salato. Masticò tutto con cura e deglutì. Lo stomaco, sempre più piccolo, accolse avido quella matassa, colmando ancora un po’ il suo vuoto.
Clelia si sentiva sazia, bevve un sorso d’acqua e la trattenne in bocca prima di mandarla giù. Era strano non sentire nulla. Smarrita, deglutì e uscì dalla cucina.
Scorse la sua immagine riflessa nello specchio sulla parete del salotto. Il profilo del suo volto era scavato e sottile, gli zigomi sporgevano. Sfiorò con le dita la pelle tesa, aprì la bocca e iniziò a pronunciare frasi senza senso ad alta voce, nel silenzio. Man mano che parlava, qualche parola le rimaneva incastrata tra i denti, ma non riusciva a fermarsi. Parlava, masticava, deglutiva. Quando le parole erano troppe e non riusciva a trattenere la saliva, si puliva la bocca con la manica della maglia. Sono un mostro, pensò. Ma non bastò a fermarla. Quando calò la luce si accorse che era diventata capace di scegliere le parole. L’indomani si sarebbe sfamata di tutti i vocaboli che aveva sempre fatto fatica a pronunciare.

Quando Marta rientrò a casa e vide la luce del quinto piano accesa si fermò di colpo. Era rientrata prima del solito. Prese di corsa l’album e la matita e, senza togliersi il cappotto, si sedette sulla poltrona in attesa. Qualcosa era cambiato, la donna-falena si muoveva veloce da una stanza all’altra, agitava le mani, si inginocchiava. Si strofinava il volto con le braccia. La penombra impediva a Marta si scorgere tutti i dettagli. Quella sera non riuscì a intrappolare l’immagine di quel corpo irrequieto nella carta.
L’indomani mattina, si diresse verso la finestra e, per la prima volta, riuscì a osservare la donna-falena in maniera nitida. Il volto sottile incorniciato dai capelli scuri era così chiaro che poteva scorgere i suoi pensieri a distanza. Aveva una sottoveste nera, che le copriva la pelle senza assumere forme. Sembrava ricambiare lo sguardo con gli occhi neri e profondi che le bucavano il viso.
Marta rimase immobile a scrutarla, finché il vapore del caffè non si esaurì.

Clelia smise di rispondere alle telefonate, liquidò colleghi e conoscenti con brevi messaggi. Declinò ogni offerta di aiuto o di visita. Le parole erano diventate la sua ossessione. Si sfamava di quelle, non le serviva nient’altro. Staccò la corrente del frigo e si portò una mano sulla pancia, scivolando sul costato sporgente. Sentì una piccola massa dura sotto le dita. Era il suo stomaco. Piccolo, pieno. Rimase a lungo ferma in quella posizione, cercando il vuoto dentro che l’aveva sempre accompagnata, senza trovarlo. Una scossa le pervase il corpo sottile, fino ai piedi, liberandola dalla pelle che aveva vestito fino a quel momento. Provò a pronunciare qualche parola, ma si mossero solo le sue labbra, in silenzio. Clelia camminò leggera fino al bagno, entrò nella doccia e lasciò scorrere l’acqua sulla pelle chiara, tesa a ricoprire le ossa. Si strofinò con cura, e, mentre stava per uscire, le venne in mente una parola che non aveva mai pronunciato. Fece per urlarla e, quando la sentì in bocca, la strinse forte tra i denti. Adesso poteva uscire di casa.

Marta l’indomani mattina la vide sul marciapiede, il cappotto la sovrastava. Appoggiò l’album sulla poltrona e la lasciò andare. A terra decine di schizzi. Nero su bianco. Sottile, pesante. Moto quasi vivo.

Clelia arrivò in ufficio. Sentiva gli sguardi pesare sul suo corpo, ma avanzò sorridendo con ostinazione. Nella tasca stringeva tra le dita dei fogli con delle frasi appuntate sopra, aveva trascorso tutta la notte a scriverle. Mise a tacere le domande e, con il tempo, le persone attorno a lei si abituarono al suo silenzio e al suo diventare sempre più trasparente.
Il sollievo di non dover parlare la faceva sentire leggera, così come l’aver disimparato a percepire la fame. Si era tenuta da parte qualche vocabolo e, di tanto in tanto, si riempiva di quelli, anche se il suo stomaco ormai non chiedeva più nulla. Clelia aveva conservato le parole che l’avevano sempre affascinata, ma che non aveva mai avuto il coraggio di pronunciare. La sera in cui si rese conto che ne mancava solo una, si sedette sul divano. Il cuscino su cui si era appoggiata non mostrava pieghe sotto il suo corpo esile. Richiamò alla mente la parola e la osservò a lungo. Quando la sentì sciogliersi in bocca, si trattenne dal deglutirla per assaporarla più a lungo. Scese piano, una lettera alla volta, andando a riempire il piccolo spazio rimasto nel suo stomaco.

Marta stringeva l’album tra le mani, che quella sera non volevano obbedire. La donna-falena era seduta sul divano, nuda, bianca come la neve. La luce era più intensa del solito. Riusciva a scorgere le espressioni del suo viso. Sembrava sorridere. A un tratto la vide dirigersi verso il terrazzino e aprire la finestra. La figura divenne sfocata, vibrava talmente forte che non poteva più catturarla con la sua matita. Appoggiò i fogli sulla poltrona e si alzò, senza staccare gli occhi dall’immagine che aveva davanti a sé.

Parole d’ali nell’aria.

© Francesca Nadalig

 

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