Felice come un cane – di Marina Flamigni

Questo di Marina Flamigni è il quarto racconto del secondo numero della rivista Corna.

Come si costruisce un memoir basato sul cibo? Non fissandosi su questa, ma sulla fame; che spesso è per il cibo la mano nel burattino.

E allora, questo testo racconta una genealogia affettiva attraverso il cibo, la cucina e i tavoli di casa. Non parla solo di pasti: registra mutamenti di ruoli, lutti, nascite, separazioni, alluvioni, sopravvivenze. Soprattutto sopravvivenze, penso. Ogni oggetto e ogni porzione diventano misura dell’amore e della perdita. La memoria familiare qui non è astratta: si conserva nei gesti quotidiani, nei piatti, e nei corpi che smagrano, s’allargano, restano impressi.

Buona lettura.

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I pensili della cucina sono di formica bianca con i dettagli azzurri. Le maniglie sono color argento, così come lo zoccolo della dispensa, come le gambe delle sedie e del tavolo che è rettangolare. Ha il piano di formica azzurra e contiene, da un lato, il tagliere, e dall’altro il matterello. Vengono usati quasi tutti i giorni. Intorno al tavolo ci sono sei sedie occupate dai miei genitori, da mia nonna, dai miei bisnonni e da me,  che sto seduta vicino al bisnonno. Ogni tanto mi passa di nascosto a fine pasto il pane inzuppato nel vino rosso. Non ho mai veramente fame, ma mangio tantissimo, perché mi piace, mi diverto a tavola. Si pranza e cena sempre tutti insieme. C’è confusione. Avrò tra sì e no cinque anni. Ho perso da un po’ il trono, il mio posto a capotavola, quello del protagonista. Ora nel seggiolone c’è mio fratello. 

“È inappetente.”
Lo sento dire da quando è nato, non direttamente a lui, nessuno gli dice: “Mangia!”, per non turbarlo, nessuno insiste. Sembra sempre a posto così, lui. Lo si circuisce con l’allegria.
“Il purino, crescerà!”
Chiedo perché non mi dicano più purina e se anche di me bisbiglino alle spalle che ho questa strana cosa. Ridono, mi abbracciano, mi puliscono il muso ancora sporco di sugo. 

Quando scendo a fare colazione la nonna è già andata al forno dalla Neris.
Quattro brioche, una con la marmellata e la glassa per la bambina.
Poi va dalla Venere.
Due litri di latte fresco della Centrale del latte di Ravenna.
Per il bambino? Niente, non ha mai voluto latte, nemmeno dalla mamma quando è nato. Solo tè con i Ringo, 6 per l’esattezza, ordinati a pile decrescenti e con colori alternati: 3, 2, 1. In cantina ce n’è un cartone che nostro padre compra all’ingrosso.

“Mio babbo lavora nel formaggio” dico. È il direttore del deposito della Galbani della provincia. Nell’enorme frigorifero di casa ci sono sempre Certosino, Bel Paese, Yogurt alla ciliegia, alla banana o al caffè. Nessuno li mangia. Per anni il babbo continua a proporci scherzando i suoi prodotti, finché non cambia lavoro. Ogni giorno passano dalla nostra cucina amici e parenti. Escono sempre con cibo in dono.

Il bisnonno non c’è più e si ristruttura la cucina. Al posto della lavatrice ora c’è la lavastoviglie. A mio fratello dispiace, la guardava ipnotizzato mentre faceva la centrifuga. Siamo ancora in sei per cui cucinare a pranzo e cena. Si mangia tutti insieme. Rientro da scuola in bicicletta, contenta e piena di progetti per il pomeriggio dopo i compiti. Mio fratello non vede l’ora di tornare a casa. È ancora inappetente, ma è goloso. Spesso si fa da solo un uovo sbattuto mescolando tuorlo e zucchero per ore, seduto sul divanetto. La bisnonna tranquilla al suo fianco. Usa sempre la stessa tazza di Arcopal con i fiori azzurri. Ci lavora così tanto che le tracce grigio argento lasciate dal cucchiaio non se ne vanno più.

Il mercoledì o il sabato si comprano al mercato la frutta, che io non voglio mangiare, e la verdura in base alla stagione. Quando occorrono le cose migliori, la nonna va a fare la spesa al Mercato Coperto. La carne si compra vicino a casa, da Arturo, lì ci vado io. Aspetto che sia libero proprio lui, gli chiedo sempre un po’ di salsiccia cruda. Non mi dice di no. Sua moglie lo sgrida.
Per il brodo della domenica:
un pezzo di manzo non grasso
una gallina intera da farsi tagliare in quattro parti
due zampe di pollo, una per me e una per mio fratello.
Per la graticola del sabato sera:
una braciolina magra per il bambino
4 salsiccine medie
2 fette di pancetta
1 una braciola di castrato
1 fetta di fegato.
Si cucina sempre tutto contato perché a nessuno piace prenderne due volte, a nessuno piacciono gli avanzi. Io sono l’unica a cui non dispiace avere una seconda porzione. Non importa cosa sia in pentola o in padella o in graticola.

Quando la nonna si risposa, ho già iniziato l’università e nel giro di poco tempo la inizierà anche mio fratello, il grande tavolo viene sostituito da una tavola quadrata. Nel lato che corrisponde a quello che un tempo era il posto a capotavola, siede il babbo che ha cambiato lavoro. Sulla lavastoviglie spunta un’affettatrice professionale. Ora in casa ci sono meno latticini e più salumi, soprattutto maestosi prosciutti stagionati che chiamo I commoventi. Mio fratello è un adolescente simpatico e sarcastico, insieme andiamo a sciare, a ballare e ai concerti. Mangia più volentieri e il ruolo di nostro babbo è quello di affettare al bisogno, poche fette per volta, perché nessuno vuole il prosciutto freddo di frigorifero. La tavola è apparecchiata per quattro solo il sabato e la domenica. Su un’anta della credenza la mamma ha apposto un foglietto su cui sono segnate le dosi per due:
24 cappelletti,
140 grammi di penne
e 2 nidi di tagliatelle.

Continua a essere bravissima in cucina, i pranzi sono allegri, ci son sughi, contorni e dolci. Ma le dosi sono quelle che sono. Finché mi sposo. Il marito mangia più di tutti noi quattro messi insieme. Mio fratello torna sempre meno, fino a scegliere Bologna come sua città di elezione. Quando c’è continua ad amare la vita di casa, restare in cucina, aprire il frigorifero, godere della crema appena fatta dalla mamma e dei prosciutti del babbo. 

Dopo qualche anno la mamma cambia i mobili della cucina, scegliendone una moderna e funzionale. Il nuovo tavolo ha le gambe d’acciaio e il piano di cristallo trasparente. È rettangolare e si può ancora allungare. È il momento in cui il numero dei commensali cresce. Essere figlia diventa secondario di fronte alla nascita delle mie bambine. A capotavola è tornato il seggiolone e la spesa diventa su misura per l’ultima arrivata. I menu sono a base di brodo vegetale preparato con verdure biologiche. Il nonno si preoccupa di scegliere la carne migliore dal suo macellaio di fiducia.

La prima bambina afferra porzioni di polenta pasticciata e ride. Mangia tutto quello che le viene proposto. Addirittura anche lo yogurt. La nonna istituisce un nuovo rito: prepara la merenda, la mette in una borsa frigo e porta la piccola davanti al mare, per consumarla come si deve. Dopo sette anni si riposiziona il seggiolone e si ripristinano le merende belle. Il nonno vizia: gelati, ovetti di cioccolato, pomeriggi in pasticceria. Lui non mangia, ma gli piace il cibo, comprarlo, assaggiarlo, vederlo consumare dalle persone. Gli piace offrirlo, condividerlo, stare in compagnia.  Quando i nonni sono solo coppia, però, le dosi calano ancora:
10 cappelletti a testa
100 grammi di pasta in due
un nido di tagliatelle in due.

A un certo punto il salotto è diventato stanza d’ospedale: il babbo non mangia più da qualche mese, non c’è niente da fare. Un’infermiera si presenta ogni giorno per una flebo. Mio fratello prende permessi per scappare a casa ogni volta che gli è possibile. Io arrivo a pranzo dall’ufficio. Trovo mio padre seduto e mia madre dietro di lui che lo abbraccia, da solo non si regge. Guardano solo Inter Channel. Inaspettatamente l’Inter è prima in classifica. Il babbo non saprà mai che a breve la sua squadra perderà il primato. Vorrebbe sua moglie sempre lì, ma anche lei è stremata. Io resto seduta nel divano, la mamma va in cucina, mangia un frutto di nascosto. Qualche notte mio fratello resta lì sullo stesso divano a dormire.

L’ultimo giorno a casa di mio padre, mia madre esce a fare la spesa. In sua assenza,  con l’aiuto di un amico di famiglia, lo porto in cucina, lo aiutiamo a sedersi a capotavola. Fumerà la sua ultima sigaretta. Ma l’ultima cosa che facciamo insieme all’hospice è cercare di mangiare un cucchiaino di Meritene che non va né su né giù. Lo ha chiesto lui, ma solo per rendere contenta la sua bambina. Mio fratello resta con lui per la notte. All’alba mi chiama. Il babbo non c’è più. 

Il fratello torna a essere prevalentemente padre, smaltisce il suo dolore lontano dalla cucina della mamma. Nello stesso momento si dissolve anche il mio matrimonio. Continuo a preparare pizze e cucinare frittate per le figlie e le loro amiche. Cerchiamo di riempire i posti vuoti. Ma è la cucina della nonna il vero rifugio e consolazione. Ed è la nostra compagnia che diventa per lei distrazione. Sono anni difficili, ma passano. Si esce a pranzo, si offre alle nipoti una merenda in pasticceria o in gelateria, come avrebbe voluto anche il nonno. 

La sera  la nonna si mette ai fornelli dopo le 22: prepara ragù, salsa di pomodoro che mette in vasetti per la nipote che studia fuori o per l’altra nipote che spesso pranza da sola. A volte mi consegna cene complete. Sa che spesso rientro tardi dal lavoro, voglia di cucinare non ne ho. Nel freezer non mancano mai le lasagne. Quando arriva mio fratello da Bologna, mi fingo risentita:
“Hai scarnato il vitello grasso?”
Lui sorride compiaciuto. Riporta sottovuoti e vasetti vuoti, riparte con un nuovo bottino.

Quando è stato necessario vendere il grande appartamento in cui vivevo con le mie figlie, la bellissima cucina su misura di legno scuro dal piano di marmo opaco color sabbia è rimasta lì. Presto due nuovi seggioloni avrebbero troneggiato in lati diversi della penisola. 

Sola, in piedi, le luci sopra i fornelli, l’ultima cena è stata una pizza doppi funghi freschi a domicilio e una lattina di birra. In casa ormai non c’era più nulla. Né sgabelli, né posate, né bicchieri. Ogni cosa era stata portata via, messa in un deposito in campagna, mentre attendevo che i lavori nel nuovo appartamento finissero. La vita intera della mia famiglia come era e come sarebbe dovuta continuare a essere è stata chiusa in novantasette cartoni, numerati uno a uno. Su un quaderno, a fianco di ogni numero ho indicato il contenuto. Una parola o due, un aggettivo che aiutasse a non smarrirsi fra tanti scatoloni tutti uguali. 

Scarpe estive
Posate varie
Libri di viaggio
David Bowie
Lenzuola singole
Cojaporbia
Queen Elisabeth II
Adelphi

Tornare a vivere dalla mamma è una benedizione. Quando vado a fare la spesa miscelo le sue liste dettagliate alla mia modalità di scegliere i cibi. Io vado a vista. Il sabato o la domenica si va fuori a pranzo, magari verso il mare. Non riusciamo per molti mesi a essere in tanti a tavola: per dormire da lei non c’è posto per tre.

Il nuovo appartamento è pronto. Fra due giorni mi riporteranno i mobili e gli oggetti. La cucina nuova verrà montata nel pomeriggio. È rosa, come la cipria che usava mia nonna, il piano color burro e una penisola da quattro posti. Questa volta c’è anche un tavolo, un grande tavolo di legno anni ‘60, in cui si può stare seduti anche in dieci. É il regalo di un’amica della vita. Era di sua madre. Purtroppo, non c’è più. 

Sono ancora in ufficio quando le cose si fanno cupe e terribili: è il 17 maggio 2023 e dalle colline faentine arrivano alluvioni, tracimazioni e smottamenti. Tutto sembra divenire fango e potenza incontrollabile. Non ci si può difendere. In campagna l’acqua non travalica dagli argini, ma esce direttamente dalla terra, dai campi, sale dalle zolle. Non scende più, non ha posti dove andare, non ha una direzione verso cui sfogarsi. Il deposito si allaga proprio il giorno prima del trasloco.  

Maggio sembra novembre. Quando mi arriva la telefonata in cui dicono che il deposito è sommerso, la mamma mette su il brodo. Bisogna attendere tre giorni per riuscire ad andare a vedere, la statale è ancora allagata. Appena la segretaria della ditta può accedere, mi comunica i numeri dei 14 cartoni che acqua e terra si son mangiati. Controllo sul quaderno. Non riavrò i testi su cui avevo basato la mia tesi di laurea, i temi delle elementari delle mie figlie, il quotidiano in cui si diceva che Obama aveva vinto le elezioni, l’album del viaggio in West Coast e quello del Kenya. Le foto di una figlia sul seggiolone che impugna convinta una forchetta. E l’altra che mangia il gelato con le mani. Avrei voluto buttare tutto, dare fuoco a quei ricordi sconfitti dall’acqua torbida, così indomabile da voler inghiottire ogni cosa, come se tutto appartenesse solo a lei. 

Mentre la nonna prepara merende e spuntini, mia figlia più piccola e le sue amiche staccano le foto una a una, cercando di trattenerne il senso. Nel cortile sul retro, ormai privo del vecchio ciliegio malato, dove nessun cane alloggiava più da tempo, le mollette colorate tengono le fotografie appese al filo cerato, nato per asciugare le lenzuola. Le foto stese sembravano una pellicola dipanata, fotogrammi bruciati dalla troppa esposizione alla luce. Le ragazze salvano il più possibile, conservando ogni scatto, ogni ricordo, ogni momento fermato.

È la fine di luglio quando dormiamo per la prima volta al nuovo indirizzo. Tanto ci è voluto per comprare mobili ed elettrodomestici che sostituissero quelli perduti, riorganizzare il trasloco verso l’appartamentino ristrutturato e ricevere la nuova cucina dove poter almeno offrire un caffè e scaldare una tazza di latte.

Oggi si mangia dalla nonna ogni volta che si può, menu completi in piccole porzioni. É lì che è ancora possibile essere figli. Però la cucina delle feste comandate, dei pranzi del sabato o della domenica è quella di casa mia dove, che ci siano tre, quattro, o addirittura dieci commensali, il posto a capotavola è riservato alla nonna. Alle sue spalle libri e oggetti sopravvissuti. Di fronte, sotto il mobile coordinato al tavolo, dentro due grandi scatole rosa resistenti all’umidità e al calore, le foto salvate che conservano la patina omogenea del colore perduto ma non completamente sconfitto dall’alluvione. 

Nei piatti fumanti c’è il brodo di carne con i passatelli. In caldo, il lesso di manzo magro, cappone, gallina e una patata piccola e profumata per ciascuno dei commensali. Per chi vuole il dolce, nel frigorifero riposa il mascarpone. Quello lo ha fatto la nonna a casa con le uova del contadino.

 © Marina Flamigni

 

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