Dopo il silenzio, il mare – di Francesca Nadalig

Questo di Francesca Nadalig è il quinto racconto del primo numero di Corna, la rivista letteraria nata dalle allieve del corso biennale Le vie della narrazione.

Anche qui il tema è il Respiro, ma quello di Nadalig non si può davvero chiamare respiro: è un suono più antico, più vicino al mare che al corpo. Non scandisce, non sostiene, se vogliamo non incatena nemmeno a dettagli: richiama, trascina fuori asse.

In Dopo il silenzio, il mare, il respiro diventa un passaggio di stato. Qualcosa si scioglie, qualcosa si ghiaccia, qualcosa scompare senza sparire e il mondo lo ricopre come le foglie coprono il terreno per proteggerlo. La protagonista non “pratica” il respiro: lo abita, lo lascia mutare la materia, i contorni, la percezione di chi la guarda. Il narratore, non a caso traduttore di silenzi, più che osservare, viene risucchiato: perde il passo, perde l’equilibrio, perde la sua stessa misura del reale.

Qui il respiro non è guarigione né minaccia. È un confine che si assottiglia – tra corpo e elemento, tra presenza e eco, tra ciò che resta e ciò che si dissolve. E quando tutto tace, resta soltanto quel suono: il mare che non smette di arrivare.

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Nello Yoga gli esercizi di respirazione vengono chiamati Pranayama (da Prana che significa -energia, respiro, forza vitale- e Ayama -controllo-); il Pranayama Ujjayi (deriva dall’unione del prefisso sanscrito ud -verso l’alto, elevazione- e della parola jaya -vittoria, conquista-) viene solitamente tradotto con Respiro del Vittorioso. Il suo nome deriva anche dalla capacità di questa tecnica di supportare la vittoria sulla nostra mente ordinaria, calmandola e portandola nel qui e ora. 

Il Pranayama Ujjayi si pratica chiudendo leggermente l’epiglottide, regolando così il passaggio dell’aria nel tratto respiratorio inferiore, rallentandone il flusso e aumentando la temperatura. Il suono che emerge da questa chiusura appare simile a quello delle onde del mare.

 

Era trascorso un mese o forse un anno da quando eri venuta ad abitare al secondo piano del mio condominio grigio fumo. Ti muovevi silenziosa nelle tue stanze, a volte ho provato a distendermi sul pavimento per capire se fossi in casa. Ogni tanto qualche musica, qualche canto ripetuto. Spesso, il rumore del mare.

Mi capitava di rado di incontrarti, ma dopo che eri passata rimaneva nell’aria odore di azzurro e di sale. Sfuggivi tra le dita, non sono mai riuscito a rivolgerti la parola e il più delle volte mi concedevi di seguire solo le punte dei tuoi capelli, che sparivano mentre salivi le scale.

Avevi un piccolo tatuaggio sul polso, un ideogramma. Mi sono sempre chiesto il significato. 

Le mattine di sole invernale erano l’unico momento in cui potevo osservarti.

Uscivi presto, a piedi nudi sulla brina. Ti muovevi a passi lenti sul fondo ghiacciato; prima un piede, poi l’altro, perdevano i confini della carne e diventavano ghiaccio. Azzurri, quasi trasparenti, con una sottile ragnatela bluastra che prendeva il posto dei tuoi vasi sanguigni. 

Lasciavi cadere la sottile camicia da notte che avevi addosso e il tuo corpo lentamente diventava ghiaccio, sfumandosi nell’aria gelida. 

La trasformazione del tuo volto era il momento che mi affascinava di più. I capelli diventavano sottili fili argentati, le labbra diventavano azzurre, ma i tuoi occhi rimanevano umani. Neri, profondi, infiniti. Un’espressione di calma modellava il tuo viso. Rimanevi assorta, sotto gli alberi spogli, accarezzata dai pallidi raggi del sole invernale. Non ti sei mai trasformata nei giorni di pioggia.

Ogni tuo respiro veniva accompagnato da nuvole dense attorno alle narici. A volte trattenevi il fiato più a lungo, quasi a catturare gli odori umidi dell’inverno. Non percepivo rumori, se non lo spezzarsi della brina sotto i tuoi piedi e un flebile fruscio di onde. Sembravi rapita da qualche suono nascosto, che solo tu potevi sentire. 

A volte ti distendevi e diventavi tutt’uno con il suolo ghiacciato. Il tuo sorriso sul volto. I tuoi movimenti fluidi. E ti lasciavi sorprendere lentamente dal sole, che scioglieva il tuo corpo riportandolo alla terra. Non c’era tristezza nel tuo dissolverti, solo un infinito e circolare senso di pace.

La tua veste, che sapeva di muschio e di terra, sembrava aspettarmi sull’erba bagnata. Nel silenzio interrotto. Nella pace sospesa.

Una mattina, invece di osservarti dalla finestra, ho deciso di seguirti in giardino. Ti sei seduta sull’erba a gambe incrociate, la schiena dritta e gli occhi chiusi. Hai inspirato profondamente, emettendo un soffio ruvido, poi hai espirato facendo vibrare lo spazio attorno a te. Una, due, tre volte. L’aria ti entrava dentro, creando dei vortici, fino agli alveoli, per poi uscire come un fiume in piena. Sono rimasto ad ascoltarti. A ogni respiro diventavi più trasparente, potevo vedere l’energia che scorreva dentro di te. 

Mi sono disteso a terra, sul suolo freddo e ho chiuso gli occhi. Le tue vibrazioni arrivavano, creando il mare attorno a me. Onde calde toccavano la pelle, definivano i miei confini e mi staccavano dall’esperienza del corpo fisico. Sulle palpebre chiuse il negativo dell’immagine di te. Non potevo far altro che galleggiare. 

Ho iniziato ad assecondare il suono del tuo respiro. Il torace si espandeva, avido di quell’aria fredda, portando dentro di sé il mondo, per poi abbandonarsi, in un flusso continuo di energia. E l’universo si era messo a respirare con noi. Poi ti sei fermata, il mare si è ritirato e la brina si è sciolta. Ho aperto gli occhi e mi sono sentito svuotato. Davanti a me non rimanevano altro che tracce di te, tessuto bagnato privo di vita.

Ho cercato di raccogliere la tua veste e sono risalito in casa. Foglie tra le mani. Mi sono fermato davanti alla tua porta, in ascolto. Attraverso il legno, sono arrivate le vibrazioni della tua voce, calda e morbida, che si scioglieva in un mantra ripetuto. Ho alzato il pugno, volevo bussare, ma qualcosa mi ha fermato. Non potevo interrompere il tuo canto, mi sono voltato e ho ripreso a salire le scale.

Non riuscivo a togliermi dalla testa il suono del tuo respiro. Nella metro, in ascensore, durante la pausa caffè con i colleghi. Se chiudevo gli occhi, potevo sentire il rumore dell’acqua che mi avvolgeva e vedevo dentro di me quel soffio di vita che saliva e scendeva al ritmo del torace. 

La realtà mi stava sfuggendo di mano.

Mentre rincasavo, ho provato a premere il piede al suolo a ogni passo. Il contatto della pianta trasmetteva ai muscoli delle gambe un’energia nuova, ma non era sufficiente a farmi rimanere attaccato al mondo. Le persone mi passavano accanto, ignare del mio cammino e completamente assorte nel vortice delle loro vite. 

Arrivato davanti alla tua porta, ho cercato di tradurre il silenzio. Tu non c’eri. Una volta a casa, mi sono sforzato di mettere a tacere il rumore del mare nella mia testa, ma continuava a riempire lo spazio dentro e fuori di me. Ho indossato gli auricolari per soffocare quel suono e mi sono seduto a terra, ho chiuso gli occhi e ho provato a respirare, ma l’aria si fermava in gola, spezzando il respiro. Sono corso giù nella notte e ho iniziato a correre sul marciapiede. Il freddo mi graffiava le guance, gli occhi e il fiato era sempre più corto. Correvo senza meta, con i muscoli tesi e il dolore per lo sforzo che mi impediva di pensare. All’improvviso, il respiro si è interrotto.

La musica non si era fermata. Il cuore cercava di non affogare. Sopra il buio del cielo, sotto il buio dell’asfalto. Per un attimo ti ho vista sopra di me e, con le ultime forze, ho cercato di dilatare le narici e il torace, avido di ossigeno. L’aria mi è arrivata dentro con forza, poi si è lasciata andare, fuori nella notte. Il cuore ha rallentato il battito. Il mare ha lentamente avvolto il mio corpo. 

Inspira. Espira.

Quando ho riaperto gli occhi, ero disteso sull’asfalto. Sono rimasto immobile, sul bordo del mondo di prima. L’aria era fredda, secca. Arrivava da lontano il rumore di qualche auto. Ero di nuovo in grado di respirare. L’aria entrava, toccava un punto dentro di me e poi usciva e l’energia pian piano ripercorreva il mio corpo. Se chiudevo gli occhi, riappariva l’immagine di te.

Mi sono alzato lentamente e ho ripreso la strada di casa. Mi guardavo le mani, venate di azzurro, cercando una risposta che non arrivava. Era come se ogni gesto abituale avesse acquisito nuove forme. Arrivato sotto il portone di casa, ho guardato verso le finestre del secondo piano. Buio. Ho salito lentamente le scale e mi sono fermato davanti alla tua porta. Stavo per premere il campanello, quando ho visto il nome del vecchio inquilino nell’etichetta attaccata sopra. 

Ho provato ad appoggiare l’orecchio alla porta. Silenzio. Mi sono voltato, respirando profondamente. E ho sentito il rumore del mare.

© Francesca Nadalig

 

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