Dove si perde il filo – di Lucia Urbano

Questo è il quarto racconto del primo numero di Corna, la rivista letteraria nata dalle allieve del corso biennale Le vie della narrazione. Il tema del racconto di Lucia Urbano resta Respiro, ma qui si fa più scuro e instabile: non è tecnica, non è emergenza, non è voce che chiede spazio. È attesa, veglia; è un filo che si tende di notte e rischia di spezzarsi. (O forse, mi viene da aggiungere, si è già spezzato, da qualche parte; e abbiamo finto che non fosse nulla).

In Dove si perde il filo, racconto di Lucia Urbano, il respiro è quello di chi non dorme più. Marta cuce, aspetta, ricorda. La casa, il corpo, la memoria diventano stanze comunicanti, attraversate da presenze che non se ne sono mai andate del tutto. Il respiro non guida: accompagna, confonde, richiama. Tiene insieme ciò che è stato educato al silenzio, all’obbedienza, alla colpa.

Qui il respiro non libera né insegna. Tiene in vita. E nel suo andare e tornare, come un ago nella lana, mostra ciò che resta quando nessuno ha mai spiegato come si lascia andare.

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Sally Mann, The two Virginias.

Il problema di Marta è che non può dormire. 

 

Quando si fa sera, aspetta. 

Sta seduta nella sala, al tavolo con sopra la tovaglia bianca di pizzo, ben stirata. Il bianco la fa sentire bene, linda come il pigiama che indossa. 

Adesso, nella luce che cala, tiene gli avambracci appoggiati sul bordo del tavolo, la manica di felpa morbida col polsino candido, e cuce, le labbra serrate per la concentrazione. Non ha mai saputo fare nulla con le mani. Un vero disastro.

Questa è la sera giusta per provare. 

Il lampadario a gocce emana una luce debole, che fluttua sul soffitto in un reticolo di tondi dai confini incerti. Molte delle lampade sono bruciate da tempo. Lei non le sostituisce, preferisce la luce della lampada da tavolo che fa un cerchio di luce diretto, sul lavoro. Gli occhi stretti dietro gli occhiali le mettono in evidenza le rughe. 

Con l’ago grosso, infilato con lana grigia, aggancia i fili usciti dalla trama larga – è un maglione di foggia antica, con trecce verticali e bottoni di legno – e li ricaccia dentro, cercando con grande attenzione di ritrovare il buco da cui sono usciti. Una volta passati di là, un nodino per evitare che si sfacciano di nuovo. Non un granché come rammendo, ma un lavoro perfetto per ingannare l’attesa. 

Così lo avrebbero visto anche Loro, appena arrivati. 

È solo questione di volontà. 

Marta non dorme, e cuce.

Ora che è inverno e fa freddo e non c’è nessuno a scaldarle i piedi, quanto le manca. 

Un tempo, la sera, li tirava su e li ficcava sotto il culo a qualcuno di Loro e Loro ci ridevano, una volta uno, una volta l’altra, mi congeli le chiappe, ma la lasciavano fare. 

Da quando l’ultima se n’è andata, lei aspetta il suo appuntamento con un paio di calzettoni ai piedi. Non può mancarlo per un colpo di sonno. Gli appuntamenti non vanno persi.  

Questa è una notte particolarmente chiara: la luna piena proietta la sua luce attraverso i riquadri della finestra all’inglese e invade il pavimento. Ha quasi raggiunto la sua sedia: tra qualche minuto Marta e il maglione saranno ben protetti dentro un cono di luce che vira da un giallo tenue verso l’arancio, via via che si allarga sul pavimento. 

Tavolo e sedie li hanno comprati di seconda mano, un legno biondo e caldo, con le prolunghe perché sono tanti quando si riuniscono, le sedie con impagliatura troppo delicata per certi di Loro, che ci si buttano sopra come ragazzi, senza cura. In fondo alla stanza è rimasta la grande cassapanca dove si infilava da bambina. Ora ci stanno oggetti dimenticati, anche il grande piatto di rame ormai brunito con le bolle sotto, che lo rendevano impossibile da usare come piatto da portata ma un tempo aveva fatto mostra di sé, appeso a un muro, quando la casa respirava e parlava e ogni mattina si riempiva di voci e mani che facevano e disfacevano e preparavano e aromi di caffè che salivano su verso il piano di sopra e penetravano dalle finestre ancora chiuse nelle narici addormentate.

La casa è in alto sulla collina e da lì Marta vede tutto, di giorno e di notte. 

Al termine della giornata si mette seduta, al crepuscolo, e guarda fuori, verso il pendio che digrada nei verdi e argento degli ulivi, scende fino ai grigi-azzurri della zona paludosa lì sotto, si fa coesa nella macchia compatta del lago e, in fondo, lascia scoperta la striscia del mare. In certe giornate lei distingue perfino la schiuma, da lassù. Una linea biancastra – mare mosso, come facevano da bambini nelle sventagliate che portavano fino lì l’aria bianca, carica di sale.

Marta ora appoggia con cura il maglione sul tavolo, con l’ago ben visibile per ritrovarlo senza bucarsi. Non è stata precisa, ma Loro dovranno riconoscere una certa insospettata bravura. 

Si accende una sigaretta, per compagnia. 

Passare le ore della notte così è una terapia per la sua insonnia, lo dice anche la sua terapeuta. Verso il mattino crolla addormentata come una morta. A volte si sveglia vestita come il giorno prima.

Anche ora se ne sta seduta al suo posto, all’angolo sinistro del tavolo, quello con il suo portatovagliolo d’argento con incisa la M

Solo, gira la sedia di taglio, in modo da trovarsi davanti alla finestra. 

Guarda fuori, dove tutto è rimasto intatto e, di notte, torna familiare: il portico con gli archi, dove tutti insieme passavano le serate estive a guardare le stelle cadere mentre i gechi scorrazzavano sui muri; il piazzale grigio incorniciato sul lato sinistro dai tre grandi cipressi silenziosi, con la sagoma di Kira, la civetta che ci ha sempre abitato e quando è buio stride (Marta aveva smesso di avere paura dei morti dopo che le avevano dato un nome), anche lei faceva parte della famiglia. 

Il silenzio della notte la aiuta a sentire meglio. Lo spezza all’improvviso il rombo della moto di Cristian che entra nel cancello accanto e l’abbaiare lamentoso di Buck, il suo cane.

Lo sguardo fuori riempie il vuoto alle spalle.

Adesso il legno della sedia che scricchiola la riporta dentro. È una cosa viva il legno, scricchiola perché si assesta. Spegne la sigaretta nel posacenere e osserva il fumo che si dissolve. La distrae un rumore dalle scale. Le scale di notte respirano.

Stasera il crepuscolo è stato di fuoco. Nelle giornate limpide, d’inverno, quando l’azzurro si fa rosato, lei riconosce perfettamente i contorni delle isole in lontananza: Gorgona, Capraia e, dietro, la lunga linea della Corsica con il dito che si allunga verso nord. A sud, la linea morbida dell’Elba come una gobba che sembra fondersi con la costa, a Marina di Pisa.  

Venere stasera si vede ancora, luminosa, laggiù sul mare. 

La vedi, Marta? Quella è Venere, la prima stella della sera. Le costellazioni da imparare, il naso schiacciato nel vetro della finestra di camera. Sirio, Orione, Venere. Ma come? Non lo vedi il bastone di Sirio? Perché non stai attenta! 

Venere è l’unica che riconosce, ancora oggi, col naso al vetro della sala, proprio come quelle sere lontane, quando invece di guardare dove diceva la Nonna si perdeva nei contorni irregolari dell’alone sul vetro, che cresceva e cambiava forma, cresceva e cambiava ad ogni respiro, le labbra aperte, le labbra schiacciate oppure rotonde, a bacio. 

Le linee degli alberi fuori tagliano il buio come lame di coltello: Marta schiude le labbra e resta così, finché l’alone occupa quasi tutto il riquadro della finestra. 

Il tepore la avvolge in un flusso che dalla bocca arriva al vetro e dal vetro torna indietro, si stende sul viso, entra nelle narici in un gioco caldo di volute di fumo, non lo vedi che si sporca tutto

Là fuori, a pochi passi da lei, un profilo si staglia nel buio.  

Se fosse.

Sotto la veletta nera scorge il viso rugoso, il naso leggermente adunco solcato da occhiali da vista cerchiati di scuro, le sopracciglia dipinte a matita, come le maschere di cera. L’incarnato giallognolo del volto si tinge di una sfumatura violacea nei solchi profondi delle occhiaie. Le stesse di Marta, che ora ha nel naso l’odore di cipria che arriva dalla fossetta sopra le labbra sottili inclinate all’ingiù, degli eterni scontenti. 

Zitta tu che non lo conosci il mondo, ti devi fidare di chi te lo insegna, dice il mento sollevato verso l’alto in un’espressione dura e respingente.

Non ha mai saputo, Marta. Questo è un fatto. 

Non sa cosa sia lasciare tutto, le cose care e i mobili, sotto le bombe. Non sa cosa sia perdere un figlio di pochi mesi che si consuma e avvizzisce nella fame, dopo che lo hai partorito e lo vedi spegnersi senza poter far nulla. Non lo sa. La foto sbiadita di Mimì sopra il comò è un visetto sorridente con qualche ricciolo biondo. 

La donna, piccola e curva, adesso procede verso Marta appoggiandosi a un bastone, rifinito da un elegante manico d’argento. Ha il passo del gendarme dentro un paio di scarpe tozze e basse, da cui escono caviglie sottili coperte da calze scure, pesanti e contenitive. Nell’incedere, i capelli candidi che spuntano da sotto il cappello si muovono leggeri, ancora guizzanti di vita.  Marta fa un balzo su dalla sedia, il nero che la veste è un’onda che avanza, la avvolge e travolge insieme a lei fino all’ultima mattonella della sala. Il giallo è scomparso.

La fossetta nel mento – anche quella è uguale alla sua! – si allunga e poi di nuovo si stringe nel movimento continuo delle labbra, accompagnato da un cenno imperioso della testa, quello delle domande inquisitorie. Marta si alza, sono qui dove mi hai lasciato dice, smetti di borbottare e stammi a sentire, fa per andarle incontro, ma le gambe sono pesanti come le colonne di un tempio, la tengono lì ancorata. Proprio ora, che le parole da dire lottano per uscire e rimbalzano nel vetro come un esercito in ritirata. A quando l’appuntamento con quel dio che, se esiste, deve essersi dimenticato di noi, dice. Le parole restano incollate nella bocca. Una lacrima le brucia il viso. 

Marta non dorme. Non ha tempo. 

In mezzo alla radura nebbiosa, c’è il sentiero che ora sprofonda nel buio fitto e denso di umidità, c’è un odore fortissimo di terra bagnata. Lei è in ciabatte, non ce la fa a correre, si muove col passo incerto dei vecchi e i piedi sprofondano nella terra molle. Non ha neppure uno scialle addosso, il maglione non lo trova, ha le spalle gelide. La figura nerovestita si allontana. Si sente appena il borbottio delle labbra in movimento, non sta dicendo a lei: poco distante un Uomo di mezza età le risponde, sono qui, Mamma. Li vede scendere per una scala di pietra, si avvicina, la scala si snoda dalla fine del sentiero, oltre un poggio erboso. Dove vanno? La pelle le si raggrinzisce. Fa per seguirli.

Di colpo si ferma: il cuc-cuc monotono di Kira, sul cipresso più alto, la avvisa. Un paio di scarpe décolleté nere, classiche, spuntano da dietro il cipresso e camminano con passo sicuro. Anche nel buio, riconosce l’andatura militaresca di quella figura. Appartiene al genere di donna che nasconde la sua bellezza sotto un piglio da uomo. Riconosce il ritmo, i lunghi capelli biondi e mossi che sobbalzano sulle spalle. 

Se fosse.

Col suo passo sgraziato Marta si mette a correre sull’erba bagnata, anche così in ciabatte, ce la può fare, l’ha quasi raggiunta. La figura femminile le dà le spalle, lei si accorge di guardare dentro quegli occhi azzurrissimi come non ha mai fatto prima: le risponde un sorriso di bambina paffuta, le cosce rotonde che schizzano l’acqua di mare. Esce dal bagno e ha in mano una focaccia rotonda proprio come lei, Smetti con la focaccia, vuoi che le venga un culo come un condominio, dice una voce maschile. Il viso della bambina si deforma, il sorriso sparisce. Marta si avvicina, le sorride e le fa una carezza, mentre le prende la focaccia dalle manine briciolose e unte.  La bambina la guarda stupita, con l’espressione di un clown triste. 

È davvero l’unica cosa che può fare? Non potrebbe addentarla lei la focaccia un po’ sbavata dalla bambina, e poi rendergliela come in un gioco a chi dà il morso più grosso e mettersi a ridere, e chissenefrega?

Kira stride di nuovo. Adesso la giovane snella e flessuosa continua la sua marcia sui tacchi a spillo, così scomodi per viaggiare. Forse li domina appieno o forse no, attenta, puoi cadere vuol dire Marta, ma lei senza un’esitazione, senza girarsi indietro imbocca le scalette dell’aereo, un Boeing di quelli per i lunghi viaggi. Il cielo le sorride, è pulito e brillante come sanno essere i cieli d’aprile. 

Marta cerca di raggiungerla e afferrarla per la vita sottile, ma il braccio torna indietro, il non andare spinge dietro le labbra ma loro restano serrate, stanno festeggiando, Marta sta ridendo, si sentono i calici che si toccano e le profezie sul futuro da catturare e mordere e graffiare che provengono da Loro, riuniti per i saluti. Marta ha la gola chiusa, non riesce a respirare. Vede la giovane tendere la mano affusolata a un uomo in giacca e cravatta, che le sorride coi denti bianchi e i modi affettati delle promesse. Si sporge per farle lo sgambetto, se cadesse da quei tacchi si potrebbe rompere una gamba e resterebbe qui, nella casa che odora di caffè la mattina presto e parla la lingua di Loro e ride come Loro. 

Nel movimento maldestro Marta si buca un dito, il sangue fiorisce come un bocciolo e il vetro si copre di una macchia vermiglia che cola in una forma dai contorni irregolari, sembra un fiore che avvizzisce.  

L’aereo decolla con un biglietto di sola andata. 

La notte è nera adesso, Marta riesce a stento a vedere e il lavoro che ha in mano è caldo e pesante, cerca l’appoggio del tavolo ma non lo vede, non trova un punto d’appoggio, accidenti… 

Dentro tacchi da donna adesso ondeggia una bambina, ride e rischia di cadere ogni momento. La radura ora è tutta in fiore, la bambina sta inseguendo goffa un gatto tigrato, piccolo, che passa in mezzo ai fili d’erba, si vede appena. Si acquatta anche lei su quei tacchi impossibili, gioca, lo attira e lo chiama, ai suoi piedi mette una ciotola con un po’ di latte, il gatto si avvicina. La bambina sa com’è affondare le dita nel pelo morbido, e anche la faccia, va sempre a caccia di gattini, è quello il suo gioco. Il gatto non si fida, annusa col muso all’insù, fa un passo verso di lei e poi due indietro, scartando come i muli appena lei allunga la mano. Lei è paziente, i giochi sono così, c’è da aspettare. E ogni volta lui è sempre più vicino, eccolo, l’ha quasi raggiunta quando si abbatte su di lui il manico di una scopa, lui scappa come una molla, gli artigli affondano nella terra e fanno una folata di polvere, lui scompare in mezzo all’erba. 

TU… come mai sei qui? Una poltiglia puzzolente di cui nessuno in casa si era accorto fin quando la bambina era scesa giù in cantina, e aveva trovato il cadavere del gatto fatto fuori dal veleno per topi. 

Lasciala andare, grida Marta mentre una donna con una bella collana di perle che la illumina tutta infila le scarpe coi tacchi, dà un calcio alla ciotola col latte e prende in braccio la bambina piangente, le bestie puzzano e in casa non ci possono stare le dice e intanto le pulisce il naso dal moccio.

Se fosse. 

È lei, è tornata. Non mi scappi stavolta, fa Marta e si ciuccia il dito sporco di sangue che non smette di uscire, si precipita dietro a Madre e Bambina e corre e corre fino alla scala, è sempre lì alla fine della radura, stavolta si lancia giù a rotta di collo in ciabatte, si scivola ma è lo stesso, le deve parlare, ha perso il maglione, ora anche una ciabatta e ha i piedi che sbattono nei calzettoni bagnati che sono diventati enormi. Arranca, gira e sbatte di qua e di là.

Non finiscono mai queste scale? Rallenta un po’ il passo, è proprio buio là sotto e lei non ha neanche una torcia, e poi c’è odore di muffa, silenzio, neppure il cuc-cuc di Kira arriva fin lì, le scale girano e vanno sempre più giù, strette e incassate tra due pareti macchiate di grigi, verdastri e giallognoli dei licheni. Ha la testa che le gira ma non si ferma, non può, i piedi proseguono uno dietro l’altro quasi che non fossero suoi, ora le scale finiscono in una stanzetta piccola alla fine di un corridoio, ma che stanza è, non c’è in casa una stanza così. 

Poi la vede. 

È Lei. 

Marta si ferma di colpo.

Lei sta lì, con la collana di perle e le scarpe col tacco e i capelli fatti di parrucchiere come se fosse pronta per un ricevimento, ha in mano una lunga sigaretta, e la fuma. 

Che stai facendo, tu non fumi, dice Marta. 

La Donna la guarda, butta fuori il fumo in cerchi irregolari che si inanellano e fuggono verso l’alto. 

Marta avvampa, come una lampada accesa nel buio. Si avvicina, la punta che brucia illumina la carta della sigaretta: è fitta di scritte e foto e disegni che si consumano, c’è un gruppo di bambine in uniforme nera che fanno esercizi ginnici in una piazza, e poi un disegno di un uomo in divisa seduto su un wc in una casa sventrata, oggi ho trovato un tedesco morto sul cesso, e poi una parola che si sta consumando nella fiamma, si legge solo ERTÀ, Libertà. Un titolo di giornale.

Che stai facendo, insiste Marta.

La Donna continua a giocare con gli anelli di fumo, poi si gira lenta verso di lei. 

Fumo, risponde. Sono i miei ricordi di quando avevo più o meno dieci anni. Posso fumarli, no? Sono miei. 

Dove sei stata, ribatte Marta, sei sparita, non puoi presentarti qui, così. Non si fa, non fanno così le Madri.  

Lei sorride, vieni qua dice. 

Hai nascosto la bambina, risponde Marta. Dove l’hai messa, dimmelo, lo so che ce l’hai tu, la fai piangere, e anche il gatto, lo hai ammazzato tu, lo odiavi. 

La Madre continua a fumare tranquillamente, Sono sempre stata qui risponde, oggi festeggio il mio compleanno, ho appena compiuto… 

Le parole però si fanno più strette e si confondono e formano una striscia che fila via col fumo verso l’alto, Marta non le distingue, le vede sparire su per le scale in volute leggere come nuvole. In cima, lassù, si intravede una luce. 

È mattina, Marta è sola sulla sua sedia nella luce bianca. 

Fuori splende un bel sole freddo, lei stringe il maglione in grembo, sulla sedia davanti alla finestra.  

Si sistema gli occhiali. Guarda il lavoro: c’è sempre tanto da fare. Tutti quei fili. Ricomincerà stasera. Lo tira su, guarda meglio: una macchia di sangue, proprio sulla treccia. Deve assolutamente toglierla prima che Loro la vedano. 

Perché vedono tutto, Loro, lì da qualche parte.

© Lucia Urbano

 

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