Il posto per fare un nuovo pensiero – di Giorgia Mosna

Questo di Giorgia Mosna è il sesto e penultimo racconto del primo numero di Corna, la rivista letteraria nata dalle allieve del corso biennale Le vie della narrazione.

È un racconto che attraversa il Respiro senza mai trattarlo come una tecnica, o una promessa di salvezza. Qui il respiro è una forza che insiste, che ritorna – come sguardo, anche -, che scava: un gesto minimo capace di tenere insieme paura, visione e parola.

Fotografa / Lei / Io non sono voci separate, ma stati della stessa materia/visione che si sposta nel tempo. La salvezza, viene da dire la sopravvivenza, si sposta in là, poi in là, poi in là; nessuno è salvo, nessuno è al sicuro, ma chiunque può nel suo stato di non-salvezza vedere. E la visione è un segno di speranza. Il respiro passa dalla sigaretta al diaframma, dalla minaccia notturna alla cassa toracica che si apre davanti a un foglio bianco. È un movimento che conosce il blocco, l’asfissia, il fiatone – e poi, a tratti, una tregua fragile: due respiri, dentro e fuori.

Il racconto mette in scena un antagonista senza volto, una presenza che spara nel buio e occupa il corpo prima ancora del linguaggio. Chi è lui? Sono forse io – io Fotografa, io Lei, io Io? Contro questa occupazione, Mosna oppone un’azione lenta e ostinata: nominare, osservare, scrivere. Il respiro diventa allora misura del tempo, soglia tra dentro e fuori, tra ciò che resta imprigionato e ciò che può finalmente essere restituito.

Non c’è catarsi né vittoria definitiva. C’è un gesto preciso: sedersi nel margine della paura e dire, con voce ferma, “Dimmi, ti ascolto”.

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Laura Makabresku, Cabinet of Souls (Armoire à Âmes), 2016

FOTOGRAFA – 2016

Sta appoggiata al davanzale. Stringe le labbra contro il filtro e aspira, poi lascia andare il fumo. Lo guarda dissolversi disordinatamente nell’aria, simile a seta. Un prigioniero pazzo nel petto che, improvvisamente liberato, danza e sale. Restituito al cielo freddo di questo mattino chiaro, scompare. Lei si chiede come potrebbe riuscire a catturare quel movimento che ora sembra un sussurro. Inspira ed espira di nuovo. Osserva.

Il vento le butta il fumo negli occhi e lei li socchiude. Sbatte le palpebre e in rapida successione vede come potrebbe andare a finire. Lo vede contro la retina e sente il cuore galoppare, come ci avesse messo dentro del legno. Come quando il fuoco si accende nella stufa, e le fiamme rombano nel camino. Spegne la sigaretta all’angolo, dove ha spento innumerevoli sigarette. Fissa le scintille cadere verso il basso. 

Senza dubbio, dovrà usare qualcosa di rosso…

 

LEI – 2020

Era stato con il nuovo lavoro che lui era arrivato. C’erano voluti un paio di anni. Una persona scura, densa. Emergeva intorno alle quattro e la fissava dalla poltrona incastrata nell’angolo. 

All’inizio, le avevano detto che finalmente aveva un lavoro vero. Doveva essere contenta. Lei boccheggiava e cercava di decrittare il luccichio negli occhi di chi pronunciava quelle parole con soddisfazione: orario/badge/stipendio fisso. Ferie e malattia. E alla fine, una pensione, dicevano. Pen-sio-ne. 

Lei annuiva. 

Doveva essere contenta. 

Dell’ uomo condensato nella pozza di buio sotto la finestra non sapeva nulla nessuno. Nessuno sapeva che teneva le gambe accavallate e nemmeno che avesse quel fare rilassato di chi ha appoggiato in grembo un fucile. La sua voce era uno sparo che scoppiava direttamente nel cervello. 

Per questo, si svegliava con il cuore in gola ormai da mesi. 

Doveva essere contenta, ma a nulla valevano vetrate e scrivanie e corridoi silenziosi per via del linoleum a terra. Nemmeno il distributore al termine del corridoio. Il caffè era abbastanza buono. Il bicchierino si presentava accompagnato da un sospiro meccanico. Il caffè gocciolava nella plastica. I primi tempi, quasi fosse un requisito necessario per portare a termine le giornate, le avevano insegnato a staccare la presa e riattaccarla.  Un lieve ronzio e il caffè gocciolava di nuovo. Lei tornava a contare le piastrelle color tortora, indugiando il più possibile prima di sedersi di nuovo alla scrivania

L’uomo era puntiglioso. Apriva con la questione della gara per le case di riposo. Spalancava la scena direttamente al giorno in cui non ci sarebbero più stati pannoloni, panni antidecubito e disinfettante. Sarebbero mancati i piatti monouso e il dentifricio per dentiere. Bicchieri in plastica biodegradabile, carta igienica, deumidificanti per l’ambiente. Se provava a ritrovare pace sul fianco destro, osservando la montagna delinearsi contro il cielo ancora notturno, l’uomo incalzava. Sarebbero arrivati i giornalisti. Gli assistenti sociali. Il danno erariale. Prevedeva il ritorcersi del danno economico direttamente sulla responsabilità che era sua e solo sua di non aver fatto fronte per tempo al bisogno dei vecchi. L’uomo si piegava in avanti e descriveva con gusto come le telefonate avrebbero serpeggiato tra direttori e responsabili tecnici. L’indignazione, lo sconcerto. Li senti i piedi degli esattori strisciare lungo il marciapiedi, li senti salire le scale? Eccoli allontanarsi dalla porta d’ingresso per prendere la rincorsa e spalancare quello che ancora resisteva. 

Chiedere il valore delle cose, pignorare. Altri spari. 

Se ancora non si era arresa, l’uomo continuava, allargandosi freddo e spietato ad ambiti diversi: era una madre pessima, lo sapeva? Si rendeva conto di essere una figlia degenere? Erano giorni che non si lavava. Le donne della sua età poi andavano tutte dal parrucchiere, dall’estetista, si truccavano. A questo punto, l’uomo imbracciava l’arma, alzava la canna e guardava nel mirino, titillando con l’indice il grilletto lasco. Almeno un po’ di fondotinta, un filo di rossetto.

Lei sapeva, perché lo aveva letto, che un certo tipo di paura risale nei muscoli come veleno e ti rende pronto a fuggire. La sua però, faceva in modo diverso. Compariva tutta insieme e le si appoggiava nel centro del petto. 

Lei sentiva il respiro estinguersi. 

Inalava una boccata d’aria, e poi chissà come, dormiva. 

Alle cinque, la prima SASA della giornata sbuffava sotto casa e lei spalancava gli occhi, il corpo freddissimo, rigido, sudato. Sulla poltrona, sotto la pila di vestiti, spuntava solo il triangolo turchese della borsa dove nascondeva le confezioni di fiesta accartocciati e i barattoli di nutella non ancora aperti.

In cima a tutto, il gatto dormiva. 

 

IO – 2018

Qualche anno prima, in una sala conferenze dell’università di Padova, l’orologio batte le quattordici. Una borsina di stoffa stracolma di albi illustrati cade sul fianco. Un raggio di sole si sversa dalla finestra, illumina un paio di mocassini color vinaccia, delle adidas bianche, una porzione di palladiana. Poi scompare dietro la colonnina, e la stanza si fa buia. Qualcuno chiede di fare luce, ma nessuno va ad accendere i faretti. 

La Professoressa tossisce nel microfono. Le persone che gremiscono lo spazio smettono di chiacchierare e afferrano carta e penna. Siamo tutte qui per lei. Le bocche si aprono per la curiosità, pronte ad accogliere. Anche io mi sporgo, i muscoli dell’addome appena tesi. Anche io sono qui per ascoltare la donna, bionda, vestita di azzurro, sorridente. Pare una madonna scientifica. Una che dai dati duri è arrivata all’anima. 

L’intelligenza non è un sostantivo dice la donna, ma un’azione.

È forse adesso, ora che la dottoressa traccia il parallelo tra respirare e intelligere. È adesso che avviene lo scambio, che si apre un collegamento diretto tra polmoni e cervello. Guarda anche tu, come alza le mani verso l’alto, come amplifica le parole usando le dita per allargare gli spazi. Descrive con esattezza l’aria entrare dalle narici per nutrire un bisogno elementare. E a te pare di vedere. Ecco il turbine nella cavità nasale, ecco i canali stretti che raffreddano il flusso, ecco la trachea che si allarga e convoglia, ecco la diramazione. Qualcosa di muscolare si impone, risucchia l’ossigeno nei polmoni. E tu ti tuffi, scendi. Vedi i turbini, i tornelli di pulviscolo che obbediscono alle compressioni del diaframma che agisce da sotto. Le senti, le correnti? 

Per me non è difficile. Potrei alzarmi e gridare in mezzo a tutte quello che so con esattezza. Sono già stata qui, conosco questa danza segreta, automatica. Non ho bisogno di immaginare le molecole muoversi come stormi di uccelli strappati a destra e sinistra nel cielo. Li ho visti. Eccoli, neri, posarsi, nelle cellule muscose, umide, dove i globuli rossi aspettano, carichi di anidride carbonica. 

Ed ora immaginateli anche tu, gli alveoli, enormi, tutti spalancati, aperti come cupole di una chiesa, come calotte celesti, inarcati sopra la prateria che trema, fino all’orizzonte, percorsa da una vibrazione sottile. Ecco il vento, le stelle. 

So esattamente il buio nascosto nella cassa toracica, il bagliore che rivela presenze. Conosco il momento in cui il respiro attecchisce e si radica. L’improvviso innesco dell’idea che spinge in avanti tutto il sangue. Rosso, mi raddrizza la schiena e trasfigura la cassa toracica in prateria, l’ossigeno in strade.

Ogni stella esplode in altre stelle.  

Guarda: una carovana. 

Guarda: un fuoco. 

Al cospetto del turbine di scintille un uomo sussurra e canta. 

Ho appena un attimo per distinguerne la sagoma, scura contro il bagliore incerto delle braci. Quando apro gli occhi sono ancora nell’aula magna, seduta come tutte le altre tra tutte le altre. Da una delle finestre alte il sole ha fatto breccia e mi cade sulla fronte. 

La Professoressa è in piedi, ancora animata nella sua spiegazione. 

“…e poi, il diaframma completa le volontà del parasimpatico, e la corsa che si inverte, ecco le cellule, cariche, appesantite. Hanno appena legato con la molecola di ferro e hanno finito la loro funzione. Ora è il momento di trascinarsi dietro l’anidride carbonica, è ora di iniziare a risalire…”

Le compagne di corso sono tutte in fibrillazione. 

Mentre esco, intontita e vibrante, la voce della donna mi risuona nel petto.

Intelligere è quello che facciamo, dal primo momento in cui esistiamo. Esattamente come respirare, abbiamo bisogno di restituire al mondo quello che si compie nella mente. Senza espirazione, senza il momento in cui il polmone diventa nuovamente vuoto, è impossibile tirare un successivo respiro. Esattamente come per i polmoni, se non possiamo dire quello che pensiamo non possiamo fare un nuovo pensiero…

 

LEI – 2020

Un giorno si accorge del fiatone. Non saprebbe dire quando succede.

L’aria filtra a fatica nella bocca semiaperta, un sottile refolo che asciuga la base della lingua prima di arrivare alla trachea. È lì che tutto si ferma, più o meno dove il tubo si apre in due e l’aria si divide per arrivare ai polmoni. 

È già stata lì.

È questa la scena che poi sceglierà per iniziare a raccontare tutto. È primavera, solo apparentemente dolce. In realtà non piove da mesi, e ora con le gemme sapremo quanti alberi sono morti per questa siccità invernale che non si vede. Lei spinge sui pedali della bicicletta nuova e inspira l’aria secca e polverosa. La fa scendere a forza, le impone di raggiungere il fondo. Quando l’inspirazione finisce, una luce, un fuoco rosso, si apre al centro della fronte. 

È un attimo e questo per ora le basta. 

Da quel giorno, nel tratto casa lavoro la sua voce recita così: due respiri, due respiri fino al fondo dei polmoni, ragazza. Due respiri e sei salva. Un mantra. Un salvavita. 

È una cosa semplice che non sempre le riesce: le serve uno sforzo di concentrazione per evitare che i pensieri del lavoro la raggiungano e la portino via. 

Le pareti che cerca di erigere attraverso il respiro non sono mai abbastanza alte per fermare l’inondazione di preoccupazioni. Non ha ancora concluso la gara per le case di riposo, i vecchietti rischiano ancora di rimanere senza salviettine e traverse, l’uomo notturno sulla poltrona è sempre puntualissimo.

Eppure, ogni tanto, la magia. Così. Due respiri. Dentro e poi fuori. 

 

IO – 2018

Forse dopo le parole della Professoressa si è impiantata in me questa immagine del viaggio. Il respiro che è partenza e anche ritorno. 

Una discesa nel profondo che implica una risalita. Un momento di intimità corporea, nel fondo dei polmoni ma anche più dentro, nella fucina della mente, che implica sempre una esternazione. 

Ma quando si torna con i pensieri? 

Tornando all’intelligere, era evidente nelle parole della Professoressa che non si potesse pensare all’educazione come un perpetuo inserire di informazioni, dati, ed esperienze, ma che al contrario dovessero essere previsti – in ogni processo pedagogico – momenti e attività dedicati alla restituzione. E contenitori, luoghi fatti per il risultato del pensiero, orecchie interessate all’ascolto. Perché, dopo aver ricevuto, dopo aver esperito, dopo aver processato, il cervello per completare il proprio processo vitale ha bisogno di restituire, raccontare, dire… 

 

LEI – 2020

Di giorno, le minacce perdevano i contorni. Riusciva a sorridere. Davanti alla macchinetta del caffè era cordiale, mai di fretta. Talvolta programmava qualche atto pratico da opporre a quel macigno che le era piombato in testa. Il codice degli appalti, le scadenze delle determine, le offerte al ribasso. Il fabbisogno giornaliero moltiplicato per mesi e per anni, il costo del pezzo singolo, della confezione. Aveva scoperto con sconcerto la molteplicità di sfumature con cui è possibile esprimere un dato quantitativo di cotton-fioc, di crema da barba, di lamette, spazzoline per le unghie, ciotoline monouso per la macedonia. Era a un passo da saper usare la versione open di excel, tabelle, formule, importi stimati. 

L’uomo continuava ad arrivare. Ogni mattina, alle tre, alle quattro, iniziava a sparare. Lei aveva imparato a mettersi a lato. Si addormentava sotto il suo tiro cecchino, con i proiettili che fischiavano sulla fronte prima che sprofondasse nel nero. 

Due respiri e sei salva, si diceva, nel tragitto casa lavoro. 

Non sa quando accade, ma va più o meno così: un giorno chiude la bicicletta e scende le scale della cartoleria. Sceglie due quaderni semplici, fa la fila alla cassa e paga. 

Poi, carica, risale al pianoterra ed esce. Quando è fuori, espira. 

 

FOTOGRAFA – 2016

Le sottovesti di seta tremano come fossero vive. I primi tentativi la lasciano insoddisfatta, fredda. Non riesce a catturare il movimento della stoffa, scatta sempre in anticipo rispetto alla caduta dell’indumento, oppure troppo tardi. Anche quando riesce a coordinarsi con le velocità, a mettere in connessione indice e occhio, in post-produzione avverte qualcosa di distante, una patina che rende il movimento irraggiungibile. Per questo spegne il computer e scende in cortile. Torna a guardare, si suggerisce. Getta la sottoveste in alto e la osserva cadere. Una, due, trenta volte. Ancora e ancora. Si è data come misura il muro di confine, in tutta la sua altezza. 

La spinge verso l’alto chiudendo l’indumento nel pugno. Quando lo libera le pare di sentirne il sollievo. Le fibre che si allargano, le tensioni che si sciolgono opponendosi all’aria. Il culmine della parabola coincide con l’esaurimento dell’energia. Entrano in gioco l’attrito, la gravità. La consistenza trepidante della stoffa, quasi una stanchezza. La sosta del tessuto prima di cadere. In quel momento pare che ci sia qualcosa di vivo, a muoversi lì dentro. Un giorno la sottoveste rallenta fino a fermarsi, poi si sposta come avesse una volontà propria e libera il sole. È un abbaglio, e così lei impara a posizionare lo scatto quando il tempo si è sufficientemente dilatato, quando ogni piegolina raggiunge la retina e lei riconoscere ogni cambiamento. 

Allora la vecchia sottoveste scompare, e sospesa davanti a lei c’è direttamente la sua anima. E lei la cattura. 

 

LEI – 2020

Non sa quando succede, ma un giorno si accorge che davanti al foglio il respiro le si fa regolare e profondo. Un senso di immersione in cui pareva di poter sprofondare. Mentre scrive il respiro si allarga. Si moltiplicano i mondi e le strade, si intensificano le connessioni tra il dentro e il fuori. Forse succede quando inizia a nominare. A sfuggire la paura. Vergogna pudore autocensura opportunità. A ogni silenzio oppone una frase. Si chiede dove vadano le parole che non trovano posto. Quelle che non si ascoltano.

Quelle che sfuggono al controllo, quelle che si sperdono liquidate con un gesto frettoloso. Si chiede come arrivare al dunque, come entrare nello spazio candido e folto in cui si riuniscono tutte le cose per tornare a casa almeno con un fiore. Le torna in mente qualcosa di vecchio: una galleria d’arte della sua città, un posto piccolo in cui tocca arrossire quando si chiede di non ricevere spiegazioni per le opere appese alle pareti. Cammina davanti alle fotografie lentamente, tenendo le mani calde e sudate dei suoi figli. Tirano come cavallini verso l’uscita, il parco è poco distante, lei ha promesso un gelato. È naturale che vogliano uscire. Lei frena. Trattiene. 

Chiede ancora un momento. Fissa gli scatti magnetici, attende che parlino come si attende l’alba. Erano sottovesti sospese a mezz’aria, nei cortili. Sete accartocciate. Lineamenti fuggevoli di tessuti. Ognuno con un loro preciso comportamento. Ognuno un sussurro. Erano rosse, biancheria rosa stagliata eternamente contro un muro di mattoni. Erano attimi sospesi. Fermati nel silenzio esatto prima di cadere. 

 

LEI – 2025

Qualche anno dopo l’uomo ritorna. 

Nel frattempo, lei ha cambiato casa. Non esiste più la poltrona, nemmeno la finestra. Per dirle quello che ha da dire, l’uomo deve direttamente soffiarle sul volto. Lei non si sveglia. Passa direttamente al sogno. Cammina nella notte, sotto un cielo stellato che non ha mai visto nella realtà. Riconosce il sentiero con le piante dei piedi, e per il resto attende – pupille enormi e fiato argenteo sospeso poco sopra di lei – che il fuoco riveli l’accampamento. Sa esattamente che lo troverà, e come, seduto su un sasso, intento a ravvivare la fiamma, il fucile lasciato apparentemente incustodito sul fianco. 

Lo chiamerà lei, con un sussurro, per non allarmarlo, e poi entrerà nella pozza luminosa gettata dalle fiamme. Si siederà dentro il margine sfrangiato delle fiamme.

“Dimmi, ti ascolto” dirà, e siederà in silenzio ad aspettare. 

© Giorgia Mosna

 

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