Non è vero niente – di Paola Vercellotti

Questo racconto di Paola Vercellotti è il secondo racconto del primo numero di Corna, la rivista letteraria nata dalle allieve del corso biennale “Le vie della narrazione”. Il tema è ancora Respiro, ma qui diventa un punto di rottura: non l’aria che libera, bensì quella trattenuta troppo a lungo. In una sala d’attesa di provincia, nella notte di Natale, il fiato degli altri – il dolore, la paura, le abitudini – diventa lo specchio in cui la protagonista riconosce la propria voce, soffocata.

Paola attraversa la scena con uno sguardo preciso, misurato: ogni gesto minimo rivela ciò che non è stato detto per anni. Il respiro ritorna allora come scelta improvvisa e necessaria, la soglia in cui decidere finalmente di respirare per sé. L’esito non è quello che ti aspetti.

===

“Sono qui all’ospedale con la mia Marilena, più morta che viva”.
L’uomo anziano parla al telefono con una cadenza piemontese che spalma i finali delle parole mentre si dondola avanti e indietro sulla sedia scomoda della sala d’aspetto interna al Pronto Soccorso, tra i malati non gravi e i parenti in attesa.
“Io dico che andava a prendere un po’ di arrosto nel frigo. Già mangiare di notte così con il suo colesterolo è una roba da matti, ma lei è sempre stata tanto golosa”. Si mette la mano libera sugli occhi, come se stesse rivedendo il film dell’accaduto: “Era l’una del mattino, mi sono accorto perché è caduta e ha fatto un gran ciadello. E poi non rispondeva più, mi sa che ha battuto la testa. L’ho portata all’ospedale io, siamo isolati, non abbiamo nessuno. Ma era più morta che viva”. Ora sta quasi piangendo, anche se in pubblico prova certamente a mantenere il contegno. La sala d’aspetto del pronto soccorso in una fredda cittadina della provincia piemontese è un luogo strano, dove non si fa molta conversazione. Forse è pudore, o indifferenza di fondo. O forse è anche che a qualche metro da noi ci sono pazienti in barella e c’è un po’ di ritegno a chiacchierare accanto a chi sta male. Alcuni di noi poi sono decisamente acciaccati, come il ragazzone alla mia sinistra che ha un braccio al collo e profondi graffi sulla fronte; o come me, che con il mio zigomo tutto gonfio un po’ faccio fatica a parlare. Altri invece sono qui solo per accompagnare qualcuno. Sicuramente la tizia con il vestito rosso e i tacchi alti, seduta nell’angolo, o la coppia di fratello e sorella robusti, occhialuti e sulla quarantina che sono arrivati con un signore in barella. Lo hanno chiamato entrambi papà mentre cercavano di calmarlo, e lui non smetteva di imprecare contro le infermiere. E poi è la notte del 25 Dicembre, anzi è già il 26 perché sono quasi le tre, e tutti siamo un po’ assopiti, probabilmente provati dal pranzo in famiglia e da qualsiasi cosa ci sia successa per ritrovarci qui, tranne evidentemente il marito di Marilena che sarà anche isolato ma ha una rubrica incredibilmente piena di persone che può svegliare in piena notte per raccontare l’accaduto. Non le ho contate ma penso che sia la quarta o la quinta chiamata che fa. E sono tutte identiche, con qualche variazione data dalle interazioni più o meno vivaci degli interlocutori. “Ciao Sandra, sono Enrico. Sono qui con la mia Marilena all’ospedale, più morta che viva. Io dico che andava a prendere un po’ di arrosto nel frigo, all’una di notte, roba da matti, e con il suo colesterolo! Ma lei è sempre stata tanto golosa! Mi sa che è caduta e ha battuto la testa. Ma noi siamo isolati, l’ho portata io in ospedale, più morta che viva.”
Vedo i due fratelli scambiarsi un’occhiata che sembra tradurre la mia stessa sensazione: è tenero quest’uomo vecchio preoccupato per la sua Marilena e con il bisogno di riempire l’ansia dell’attesa di frasi sempre uguali. Con il maglioncino fatto a mano e la camicia a quadretti che spunta un po’ disordinata dai jeans stirati con le pieghe mi ricorda il nonno Bruno. Chissà se anche Enrico profuma di talco mentolato la mattina, probabilmente sì. A casa dei nonni tutto era profumato, comodo e accogliente. Tutto tranne la carta igienica ruvida e rosa scuro che ti aspettava maligna nel bagno gelido a cui dovevi accedere dall’esterno. Era lo stesso locale dove il nonno puliva le trote al ritorno dalla pesca, nel grande lavabo, con i corpi scivolosi che sgusciavano l’uno sull’altro e spandevano intorno odore di sangue fresco. Poi c’erano le letture: Selezione dal Reader’s Digest, Rosanna Benzi, la donna nel polmone d’acciaio. Mi piaceva la loro vita: la colazione tranquilla e poi qualche faccenda, la spesa del giorno nel negozietto davanti alla chiesa, il pranzo servito a mezzogiorno in punto, la caramella alle erbe prima del riposino, il lavoro a maglia, la cena alle sei e poi ancora la televisione prima di salire nella vecchia stanza al piano di sopra, con gli armadi enormi e scuri e la trapunta a piccoli fiorellini gialli.
Ci andavo quando ero malata: un giorno in meno di scuola, pensavo. A scuola stavo sempre zitta, per non avere brutte sorprese. Non sono mai stata socievole, mi apro solo una volta trovato il mio posto, è come se avessi sempre bisogno di un cartellino di presentazione, con nome e ruolo, per potermi lanciare. Allora divento estroversa, faccio battute, conduco anche il gioco. Ma il primo giorno di scuola me ne sto sempre in disparte, in silenzio, mentre gli altri si stanno già organizzando per vedersi al pomeriggio in piazza.
Forse è anche per questo che non oso rivolgere la parola al tenero Enrico per provare a confortarlo. Lui intanto ha posato per un attimo il telefono e guarda davanti a sé, pallido e curvo. Il fratellone occhialuto gli si avvicina, gli chiede come sta e gli porge una bottiglietta d’acqua e un cioccolatino. Enrico accetta con cortesia e un sorriso sorpreso, ma poi china la testa da un lato. Una lacrima gli scivola sulla guancia e cade più veloce del fazzoletto di cotone che tira fuori dalla tasca. Sto per dirgli qualcosa anche io ma veniamo interrotti: un’infermiera riporta in corridoio il padre. Il malato ha l’aria esausta, la bocca storta, gli arti contratti, trema e ringhia accuse di maltrattamento alle infermiere. Si legge tutto nello sguardo dei figli: la malattia sempre più cattiva, la guarigione non prevista, la stanchezza che congela ogni pensiero concreto. Con un movimento secco l’uomo fa cadere la coperta e rimane esposto, vestito solo del suo pannolone enorme e bianco. Sdraiato sulla schiena e con gli arti contratti sembra una statuina gigantesca di Gesù Bambino, di quelle che si tengono da parte quando si fa il presepe per aggiungerle solo dopo la mezzanotte del 24 dicembre e che assumono una posizione innaturale e bloccata nell’aria, che troverà un senso solo nella mangiatoia. È comico ed è terribile, e per un attimo mi sembra che perfino in questa insensibile e silenziosa sala d’aspetto con i muri color nocciola e anemiche decorazioni luminose alle finestre tutti stiano guardando questo bambinello grottesco con la pietà che merita. La figlia si avvia a cercare un medico, il figlio lo ricopre, paziente. Mi guarda, come a scusarsi del disturbo. Forse vorrebbe parlare, raccontare la storia di quello che c’è prima di questa notte di Natale in ospedale, della cena interrotta, delle famiglie che li aspettano. Forse ci sono sensi di colpa, forse lui e la sorella si occupano del padre solo a Natale e domani tornerà la badante moldava che lo ha in carico. Mi chiedo se è stato un buon padre, se giocava con loro o se era sempre fuori al lavoro. E perché non c’è una moglie con lui? È vedovo o è soltanto solo?
Faccio invece semplicemente un sorriso di compunta comprensione, appena accennato. Non ho voglia di parlare, lo zigomo mi pulsa e aspetto solo che mi controllino per andare a casa. Il mio telefono è silenzioso ma continua a ricevere chiamate, vedo la luce lampeggiare attraverso la borsa semiaperta. Non c’è spazio nella mia mente nemmeno per pensare a me, alle scelte da fare e a quello che è successo stasera. L’unica cosa a cui voglio fare attenzione è il dolore e l’apprensione di questo vecchietto esausto, un Babbo Natale in borghese testimone dell’amore vero. Incrocio il suo sguardo e, probabilmente perché ha già chiamato tutti quelli che conosce, ricomincia il racconto che abbiamo già inteso una mezza dozzina di volte: “Andava a prendere un po’ di arrosto nel frigo, all’una di notte, roba da matti. È tanto golosa! Ha battuto la testa. Siamo isolati, l’ho portata in ospedale, era più morta che viva”.
“Vedrà che Marilena si riprenderà” gli dico sorridendo, ma lui continua a guardare fisso davanti a sé. Forse non ha sentito, forse sta ripetendo nella mente le sue parole, sempre uguali come una preghiera.
Sento ridere fragorosamente un gruppo di voci femminili, devono essere le infermiere nella saletta in fondo al corridoio. Ogni tanto qualcuna aggiunge una frase e giù di nuovo tutte a ridere, come in un accesso di tosse collettiva. Se la meritano anche loro una pausa in questa notte di indigestioni e tachicardie, di gambe rotte e scivolate sul ghiaccio. Ma è un riso ostentato, superficiale, da confidenza temporanea sul luogo di lavoro, anche un po’ fastidioso. Probabilmente hanno visto un dottore o una collega fare qualcosa di cui sparleranno per settimane, o magari domani avranno già dimenticato tutto. Un medico si avvicina, insieme alla figlia, all’uomo in barella, lo esamina brevemente e lo fa portare in una sala vicina.

(Meno male, hanno smesso di ridere. Sembravano galline. Ho mal di testa)
Mi siedo vicino a Enrico, mi guarda e mi fa un mezzo sorriso, allora chiedo: “Da quanti anni siete sposati?”.
Lui non fa in tempo a rispondermi: un’infermiera, chissà se è una di quelle che ridevano poco fa, viene a chiamarmi per la medicazione.
(Saranno quarantatré anni domani)
Mi guarda dubbiosa quando le racconto che sono caduta e ho battuto contro il pomello del corrimano della scala. Eppure, in fondo, è la verità.
(Avevo un tailleurino bianco e non si vedeva niente, quando la bambina è nata a inizio febbraio avevo preso solo cinque chili. Magari avessi ancora quella linea oggi. Sono tanto golosa, lui me lo dice sempre.)
So cosa devo fare, non voglio pensarci perché non voglio delle scuse inutili per mettermi in pericolo, lo ripetiamo alle nostre figlie: al primo schiaffo bisogna lasciarlo. Sono una donna adulta, ho già divorziato, so stare da sola, farò così, anche se lo schiaffo era una spinta, non cambia niente.
(Ti ho voluto bene, ci ho provato. Anche quando lei è nata ma non respirava. Un matrimonio riparatore senza più niente da riparare.)
Sono stranamente serena mentre firmo i documenti e saluto l’infermiera. Ripasso in sala d’aspetto e mi rendo conto che il motivo è lui. È rassicurante guardare quest’uomo disarmato e solido, appeso al destino della sua compagna di una vita. Pronto a finire i suoi giorni accanto a lei, avvolgendola di un amore tranquillo e sicuro.
(Ho resistito. Ho trattenuto il respiro. Quarantatré anni di abitudini, di quella tua gentilezza timida e costante. Parlavi in continuazione, piccole cose di ogni giorno, dettagli. Il contatore del gas, la riga sulla macchina, il tuo ginocchio che marcava il tempo. Mai una volta, in quarantatré anni, una parola che raccontasse davvero cosa avevi dentro. Sono sopravvissuta al tuo amore dolcemente soffocante, senza più provare ad avere bambini e aggrappandomi alle nostre abitudini come ad un paracadute. Il Carnevale di Ivrea visto dal balcone, la Pasqua all’Agriturismo, le vacanze estive ad Alassio, il Natale da tua sorella. La polenta e merluzzo in quaresima, i friciöi di mele con il latte al posto della cena qualche volta, il vitello tonnato la domenica e gli agnolotti a Natale, non con gli spinaci ma con il cavolo, come li faceva mia nonna.)
Sorrido a Enrico, mi accovaccio davanti a lui e lo guardo negli occhi, prendendogli le mani. Lui continua a mormorare le stesse parole, come un incantesimo. Mi dispiace lasciarlo qui, non sapere come andrà a finire. Non so se potrebbe farcela senza di lei, non so se abbia capito che lei potrebbe non tornare a casa.
(Quando mi hai vista in cucina con le valigie vicino alla porta e la busta sul tavolo hai capito subito. Te l’ho letto in faccia. Io pensavo che sarebbe stato impossibile per te anche solo pensare che potessi lasciarti. Alla mia età. Ma come sempre hai fatto finta di niente, hai cominciato a dire che non dovevo alzarmi di notte per mangiare l’arrosto, che ero troppo golosa. L’hai ripetuto, due, cinque, dieci volte.)
“Buonanotte, io vado, sono sicura che Marilena si riprenderà” gli dico fiduciosa.
(Non mangiavo l’arrosto, Enrico. Stavo preparando le mie cose, ti avevo scritto anche una lettera. Volevo andare via, di notte, prima che fosse di nuovo il nostro anniversario. Vivere un pezzo di vita respirando a pieni polmoni. E te l’ho detto, guardandoti in faccia. Non mi aspettavo la tua reazione. Quarantatré anni di fuoco esplosi tutti insieme senza più ostacoli, senza il filtro della tua educazione, della tua gentilezza, e del tuo amore. Lo strattone, la spinta, il dolore forte mentre sbattevo a terra.)
Mi rialzo e saluto con un gesto della mano i due fratelli. Così grandi e grossi, sembrano appollaiati sulle sedie di plastica della sala di aspetto. Chissà come finirà la loro lunga notte d’attesa.
(Non potevo parlare ma ti sentivo. Hai raccontato a tutti che sono caduta mentre andavo in cucina a mangiare l’arrosto. La tua Marilena, tanto golosa.)
Mi giro un’ultima volta verso Enrico, ma lui non mi vede. Ha già ricominciato:
“Deve essere caduta. Ho sentito il rumore dalla camera da letto. Era più morta che viva”.

(Non è vero niente.)

©Paola Vercellotti

 

Leggi il racconto di Marina Flamigni, “Il cuore è un muscolo involontario

CHI SIAMO

CORSI

PROGETTI

CONCORSI

BLOG

CASA EDITRICE

CONTATTI

SHOP