Questo è il terzo racconto del primo numero di Corna, la rivista letteraria nata dalle allieve del corso biennale Le vie della narrazione. Il tema resta Respiro, ma qui cambia ancora direzione: non è rottura improvvisa né apnea da pronto soccorso, bensì una lunga educazione mancata, una voce mai davvero addomesticata.
In Voci leggere, racconto di Claudia Lucca, l’autrice attraversa la vita di una donna che canta, insegna, parla troppo — e sempre nel modo sbagliato. Il respiro diventa tecnica, corpo, disciplina fallita; la voce un campo di battaglia tra desiderio, obbedienza e rinuncia. Tra cori, aule scolastiche, logopedie e ospedali, il racconto scava una domanda silenziosa: chi addomestica chi?
Qui il respiro non salva e non esplode: resta, insiste, chiede ascolto. E quando smetti di combatterlo, forse, qualcosa finalmente si apre.
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Inspiro. Allargo il torace, trattengo l’aria e conto: uno, due, tre, quattro. Ora, lenta, espiro nel tubo e osservo i giochi dell’acqua nella bottiglia. In un attimo ritorno bambina, quando buttavo aria dentro la cannuccia e schizzavo bolle nella tazza di latte. Soffio finché non esce più fiato. Di nuovo conto: uno, due, tre, quattro. Una breve apnea e riparto: allargo il torace, inspiro.
I medici dicono che dopo l’intervento al cuore si debba di nuovo imparare a respirare; e allora faccio l’esercizio della bottiglia. Senza troppe illusioni, comunque.
Da ragazza – avevo da poco iniziato l’università – quando interrogavo il maestro del coro sulla respirazione corretta, lui mi prendeva in giro. Non con cattiveria: sorrideva stringendo gli occhi come i gatti, mi spiegava in due parole che dovevo far entrare l’aria nella pancia, contrarre i glutei e percepire come la schiena si aprisse a livello lombare. Poi lasciar andare lentamente. Ma poiché io continuavo a dire che non riuscivo, all’ennesimo “Maestro, mi insegni a respirare?”, allungava il braccio, dava l’attacco e fingeva di non aver sentito.
Mi piaceva cantare nel coro polifonico. Ero fra i soprani e avevo una bella voce.
Almeno, così avevo sempre creduto. Fin da piccina. A otto anni avevo partecipato a una prova per lo Zecchino d’oro – o un coro simile, comunque per bambini. Il brano che proposi era il mio preferito: Un vecchio e un bambino si preser per mano… Mi ero immaginata Guccini seduto ad ascoltarmi mentre con la mia voce sottile cercavo di trasformare le pareti grigie di un ufficio in prati ambrati dall’ultimo sole.
Cantavo sempre. Tutte le canzoni di Sanremo a memoria. Tutte le sigle dei cartoni animati. Tutti i successi di De Gregori, Dalla, De André, Guccini, Bennato, Venditti, Vecchioni. I testi li memorizzavo in un attimo, proprio perché li cantavo.
Poi sono arrivati i canti polifonici. Avevo una bella voce e volevo imparare a respirare bene. Col diaframma.
Perciò ci andai.
Me l’aveva indicata un amico di cui mi fidavo. E ci andai.
Sabato e domenica. A mezz’ora di macchina uno stage di canto tenuto da Olga.
Di quanto avvenne in quella chiesa sconsacrata dalle pareti scrostate ricordo una registrazione e una lettura.
La lettura. La volpe spiega al piccolo principe che cosa significhi addomesticare. Nella mia vanità ho subito creduto di aver compreso la metafora banale della maestra di canto: tu devi creare un legame con la tua voce, perché lei diventi unica e importante per te, perché tu la possa amare e curare; tu sei responsabile della tua voce. Olga spiegò le ragioni della sua scelta, ma io ero disattenta, preoccupata solo di giudicare quel brano come troppo infantile.
La registrazione. Ecco, la registrazione ancora mi stride dentro. Un breve motivo cantato da me.
Per la prima volta mi ascoltai. Non può essere la mia voce. Io non canto così. Io non sono questa. Il mio timbro è più dolce, meno tirato, più corposo.
Del tutto diversa era la registrazione della voce di Olga: si ascoltava attraverso i pori della pelle, si infilava nell’ombelico per riempire lo stomaco e poi i polmoni e poi il cuore e poi, solo alla fine, la testa. Sollecitava le mie stesse corde vocali, rendendole umide, impazienti di aprirsi e chiudersi. Mentre la ascoltavo, la stessa Olga mi appariva come una regina capace di sciogliere la neve e di far crescere sul ghiaccio una viola, o come un moderno Orfeo seduto su una pietra ad ammansire un leone con una melodia fascinosa e antica, o come una madre piegata sulla culla a cantare una ninna nanna fatta di baci, di brillanti, di arcobaleni e di chantilly.
Decisi che Olga era la persona giusta: con lei avrei imparato a usare bene la mia voce.
L’appartamento era piccolo, con quattro porte che si aprivano su un ingresso buio impregnato dell’odore dolciastro di uno scadente profumatore per ambienti alla vaniglia. Nel salottino cuscini di cento colori, mescolati a pizzi ingialliti dal tempo e a riviste impilate sul parquet; in un angolo dietro la poltrona di velluto. Un verde ormai sbiadito. Al centro, un tavolo circolare di legno nero, nero come il pianoforte verticale appoggiato alla parete di destra.
Dalla porta finestra del terrazzino, fra vasi ordinati di rose, margherite e gerani, si intravedevano gli alberi del parco da cui arrivavano le grida dei bambini.
Olga spostava le mani aperte sulla mia schiena per intercettarne i movimenti.
«Quante volte hai fatto l’esercizio che ti ho assegnato?»
Il collo era già chiazzato di viola: «Quasi tutti i giorni». Sapevo di mentire, ma sapevo anche che non sarebbero bastati tutti i giorni.
Si mise seduta, il gomito posato sul piano del tavolo.
La lezione di canto proseguì come nelle settimane precedenti: prove di solfeggio, vocalizzi imbarazzanti sulle note alte, esecuzione delle nuove battute dell’Ave verum.
Alla fine come compito mi chiese di rileggere con attenzione il solito episodio della volpe e di fare con cura gli esercizi di respirazione col diaframma. Glielo assicurai. D’altra parte non avrebbe avuto alcun senso confessarle che ogni mio sforzo risultava del tutto inutile e che il diaframma continuava a rimanere per me un insopportabile sconosciuto.
La settimana dopo – febbre – saltai la lezione. Quella successiva – esame universitario – pure.
Dimmi tu una data che vada bene – mi scrisse Olga.
Mi spiace. Ti ringrazio di tutto, ma credo che per un po’ dovrò rinunciare. Troppi impegni. Appena le acque si calmano ti scrivo.
Non le scrissi.
Tuttora, quando passo da quel parco giochi, alzo gli occhi verso il suo terrazzino.
Non ci sono più fiori.
Negli anni che seguirono rilessi ancora il brano della volpe e del piccolo principe. Nelle classi in cui insegnai all’inizio, soprattutto nelle prime superiori, non furono poche le volte in cui lo commentai con gli allievi. E sempre vi ritrovai suggerimenti chiari su quello che avrei dovuto fare per la mia voce. Ma che non feci.
Fui obbligata a riprovarci in seguito con l’aiuto di una logopedista (corde vocali ingrossate e piccoli noduli). Durante gli incontri mi sembrava di riuscire a respirare col diaframma, ma dopo poco mi accorgevo che no, nemmeno allora ero in grado. E smisi di cantare nel coro.
Non potevo però smettere di insegnare.
Né potevo insegnare a bassa voce. In classe mi diverto, mi lascio trascinare da quello che leggo e spiego, mi scopro capace di recitare e di mettere perfino in scena un cabaret che mai avrei immaginato. Certe mattine penso che se i miei amici mi vedessero durante una lezione non mi riconoscerebbero. E rido.
Alcune ore sono le mie preferite. Ad esempio quella in cui mentre stanno leggendo Qualcuno con cui correre spiego il senso delle canzoni citate nel romanzo, e Suzanne o Starry night o Yesterday entrano nella vita dei miei allievi. Anche Manzoni (strano a dirsi) non è male: divertimento assicurato è la rappresentazione della notte degli imbrogli (scelgo con cura l’interprete di Gervaso visto che deve lasciarsi andare a saltelli smodati) e commozione altrettanto assicurata (anche da parte mia) provoca la lettura della scena della madre della piccola Cecilia morta di peste.
Ecco, ho imparato ormai che si insegna con tutto il corpo, e in primis con le corde vocali. Non educate nel mio caso, non addomesticate. Usate sì. Troppo e male.
Perciò non mi sarei dovuta stupire di quanto mi accadde circa otto anni dopo il primo ciclo fallimentare di logopedia.
In una seconda superiore i ragazzi e le ragazze erano molto incuriositi dal Barone rampante. Li avevano sorpresi le pagine sull’amore, ma anche quelle sul rapporto con la figura paterna: in Viola e Cosimo avevano trovato il loro bisogno di sentirsi riconosciuti da un lui o una lei a lungo sognati, nel padre che consegna la spada al figlio avevano gettato anche il loro desiderio di essere amati nel proprio divenire. Sapevano che ci saremmo soffermati sul rapporto con la madre, la generalessa, la prima a comprendere le vere intenzioni del figlio, a inventare un codice di comunicazione con lui, a mantenere la giusta distanza. Eravamo arrivati alla scena che amo di più, pura leggerezza narrativa ed esistenziale: la morte della madre raccontata come una bolla di sapone che non viene scoppiata.
La stavo leggendo ad alta voce mentre camminavo fra i banchi. La mamma vedeva quei colori dell’iride volare e riempire la stanza e diceva: – O che giochi fate! La mia voce tremava per l’emozione e riempiva l’aula in un silenzio sospeso. Ma adesso, forse per la prima volta, prendeva piacere a un nostro gioco. Le bolle di sapone… e allora avvenne: continuai a muovere labbra da cui non usciva alcun suono.
I ragazzi compresero. Feci cenno a Ilaria di proseguire. Lesse con calma, con partecipazione, mentre io mi andavo a sedere alla cattedra e pensavo al medico che avrei dovuto chiamare nel pomeriggio.
La rabbia del foniatra di fronte ai noduli ingrossati sulle corde vocali mi spaventò. La minaccia di un’operazione mi destabilizzò: «Sappia comunque che sarebbe inutile, perché se lei non impara a respirare col diaframma e a dosare la voce, i noduli ricresceranno».
Andai da una nuova logopedista, credetti di riuscire a imparare finalmente la corretta respirazione. Mi impegnai in quella che ormai ritenevo una lotta all’ultimo sangue fra me e le corde vocali. Vincerò io – mi ripetevo.
Vinsi solo in parte.
I noduli regredirono perché per un anno insegnai col microfono, quello che usano le guide turistiche e che permette di parlare a un volume basso.
Lo trovate tanto diverso? Avevo chiesto alle mie classi.
Lo trovavano più mono-tono, meno coinvolgente.
Per un anno lo potevo accettare. A respirare col diaframma però, anche quella volta, non imparai.
E ho rinunciato.
Non ero riuscita ad addomesticare la mia voce, anche se avevo evitato l’operazione alle corde vocali.
Non so se in futuro il problema ritornerà. So solo che, consapevole di questa mia palese incapacità, ho individuato una strategia efficace. A chi fa l’orario chiedo di non darmi più di tre ore di seguito e di inserire nelle mattinate buchi in cui io possa far riposare la voce.
Per ora ha funzionato. Per ora.
Ma adesso sono qui a ricordarmi ogni tanto di giocare con le bolle nella bottiglia. Per imparare di nuovo a respirare. Non con il diaframma però, ma col torace. Dopo una sternotomia sembra essercene bisogno.
Ho sorriso quando in ospedale mi hanno detto di allargare il petto: Fortuna che non ho mai imparato a respirare col diaframma, altrimenti sarebbe più difficile – ho pensato.
Questa volta, per fare le cose per bene, giunta a casa dopo il ricovero per la riabilitazione, ho chiesto a mio figlio di prendermi il libro del “Piccolo principe” (Guarda, è nell’ultimo scaffale, lì a sinistra) e ho iniziato a sfogliarlo.
Mi sono ritrovata catapultata in piedi di fianco al pianoforte nero ricoperto dal disordine degli spartiti, ho sentito le mani di Olga appoggiate sulla mia schiena indolenzita e ho cercato il capitolo sulla volpe.
L’ho riletto.
Vanità di vanità. Ecco forse che cosa in quel sabato pomeriggio di tanti anni fa, seduta nella chiesa sconsacrata, avrei dovuto comprendere.
C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato.
Tutte le volte in cui ho letto il dialogo non avevo mai badato al fatto che questa frase fosse così diversa rispetto a quella che avevo in testa, ossia “c’è un fiore… credo di averlo addomesticato”. Così avrebbe dovuto suonare, perché siamo noi, sono io che devo addomesticare un animale e a maggior ragione un fiore; sono io che avrei dovuto addomesticare, far entrare nella mia casa, la voce.
E invece no. Il fiore c’è già. Ed è lui a farti entrare nella sua casa. La voce c’è. Ed è lei a farti entrare nella sua casa.
Ho riletto lentamente la frase, come se non l’avessi mai letta prima: credo che mi abbia addomesticato.
Ho mandato giù la saliva, stringendo le mandibole, chiudendo il libro e accarezzandone la copertina. E ora, mentre soffio nella bottiglia, smetto di combattere. Con timore e fiducia vado incontro ai respiri che si muovono dentro di me. Inizio a bussare: sono sicura che presto mi apriranno.
© Claudia Lucca
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